Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta
nell'evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l'errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di
mancarlo.
Erri De Luca
via Bianca
è difficile spiegarselo. è un momento che uno l'aspetta. io l'ho aspettato da sedici anni, otto mesi e dieci giorni. domani uscirò di prigione. sarò libero, come tutti. ma ancora non lo capisco, non so immaginarmelo, non so come sarà. ho passato quasi metà della vita qui, e qui non sarà più casa mia. anzi, questo posto sarà l'unico dove non potrò tornare. devo sforzarmi, ricordarmi com'ero prima, recuperare qualche pezzo di me, almeno quelli buoni. ero giovane, neanche ventenne, e vivevo una vita assurda. macchine, droga, armi, donne. la malavita, la chiamavano così. allora non mi sembrava così, era facile, facile spendere, scopare, sparare, uccidere. a vent'anni tutto è facile, leggero, anche girare le spalle a uno riverso sul marciapiede col sangue che gli riempie la camicia e accendersi una sigaretta allontanandosi. questo lo ricordo bene, fu il primo sparo, neanche diciott'anni. poi non ricordo più gran ché, la vita quando è bella la scordi, va via veloce, come andare in macchina. la galera no, la tengo in mente, giorno per giorno. il carcere lo fai tutto a piedi. i primi anni di isolamento, qualche trasferimento, i pochi colloqui, giorni sempre uguali ma che ti segnano, come tacche fatte su un legno. sono entrato ragazzo e esco uomo. ho quasi paura. non certo di dover pagare i vecchi conti. la galera ti pulisce fuori, ma dentro lo sai. i parenti di quelli che hai ammazzato, o anche un ragazzo che vuol farsi vedere, basta poco a morire. già, basta un pischello, come eri tu, quando giravi col ferro in tasca e la voglia di metter paura a tutti. certe cose non cambiano mai, altre forse sì. la vera paura è di sentirmi inadeguato. sono in arretrato con la vita, quella è andata avanti e io son fermo a sedici anni fa. e otto mesi. e dieci giorni.
Quando nacque, fu una gran sorpresa per tutti vedere quella bimba. Subito sorridente, sgambettava veloce e quasi al tempo di un’immaginaria sinfonia. Bis Croma era una neonata che amava stare sopra le righe, come su di un sibilante sì, insomma. I suoi genitori provavano invano ad invitarla a stare invece dentro le righe, come se fosse possibile metterla là.
Esco e non so dove cazzo andare così passo in rassegna i migliaia di manifesti elettoriali con dei faccioni grossi così e tutti che ridono nessuno, dico nessuno, che ti guarda serio come a voler dire la faccenda è problematica e non c'è proprio niente da ridere. Invece sdrammatizzano, la buttano sulla voglia di ripresa che anima un paese come l'Italia. Dicono "io so come fare, dammi il tuo voto, delegami, io ti rappresento". Ma tu non sai che fare, loro sono troppi e tu sei uno. Devi scegliere, ti tocca, alla fine devi sceglierne soltanto uno, quello che più ti piace. Pensi a una donna, voglio mandarci una donna lì a Strasburgo che poi Strasburgo non sai nemmeno dove si trova e dire che in Geografia non te la cavavi poi così male solo che da quando è crollato il muro non si capisce più una mazza, prima almeno c'era l'URSS ora ci sono talmente tanti stati che fai fatica a contarli. Ti capita di vedere una bandiera e resti interdetto magari ascolti un inno e lo riconosci, è la voce di Albano e ti spieghi la cosa con la velocità con la quale questo Stato è venuto su, talmente veloce che non avendo un loro inno hanno preso la prima canzone di Albano e l'hanno eletta come inno, nella fattispecie "Nel sole". Poteva andargli peggio, avrebbero potuto scegliere "Felicità" oppure il "Ballo del qua qua". Se uno ci pensa è globalizzazione anche questa, questo interscambio culturale, queste contaminazioni musicali. Non scandalizziamoci se al posto di Fratelli d'Italia un domani ci troveremo un'opera del maestro Mariano Apicella in puro slang Napoletano spacciata come lingua celtica tanto per far contenti quelli della Lega. Poi succederà che quello che hai votato tu andrà a Starsburgo alla cerimonia di insediamento, ci andrà perchè deve dare gli estremi del suo conto corrente dove dovrà essere accreditato il suo modesto appannaggio da Europarlamentare. Aveva pensato di mandare una mail o al limite un fax ma c'era da mettere qualche firma e allora è stato inevitabile andarci. Un giorno che guardi svogliatamente il programma "Le Iene" mandano un servizio in cui quello che tu hai eletto viene intervistato. Sei contento come una Pasqua vuol dire che il voto che tu hai dato non è andato sprecato. Ora dirà qualcosa di Europeo. Invece l'hanno beccato, hanno scoperto che le cuffie da cui non si separa mai non sono quelle che servono per tradurre i discorsi ma quelle dell'I-POD. La giustificazione è di quelle credibili. La musica serve per concentrarsi e preparare una strategia che porti lustro al nostro Paese. Chiudi la tele. Pensi a tante cose ma soprattutto che la colpa di tutto questo è solamente tua. Magari vorresti pentirti e dire a tutti che non lo farai più ma appena ti affacci alla finestra vedi solo auto e smog e piccioni e caldaie e parabole. Così non resta che pentirti da solo flagellandoti con la Nutella anzichè col Cilicio. In fondo ognuno si sceglie la punizione che si merita.D'altronde è Democrazia anche questa.
sabato venticinque aprile, concerto al teatro verdi, firenze. quest'anno c'é mauro pagani, un grande musicista. lo accompagnano altri strumentisti, enormi, anche se poco conosciuti. il programma è vario, canzoni di libertà da tutto il mondo, roba anche non proprio bella, ma arrangiata da lui sarà sublime. trovo dei posti per me e i miei amici in un palco alto, centrale, un po' distante ma acusticamente perfetto. inizia il concerto, entra l'orchestra regionale toscana, parte l'inno nazionale. scatto in piedi, d'istinto. è solo una musica, la senti alle partite in tivù e non ti fa effetto, ma sentita lì, fatta dal vivo, in quell'occasione che ricorda quel giorno particolare, l'ultima guerra civile, la fine di un incubo per il mondo, ecco, è differente. in un secondo passo dall'imbarazzo per quel gesto impulsivo al conforto. giù in platea si stanno alzando tutti, nei palchi sono già in piedi. non canto, ma sento cantare. vicino a me, nel teatro, sempre più voci. i brividi salgono lungo la schiena. quanti partigiani avrebbero voluto essere al mio posto. invece no, non ce n'è quasi più, di quei ragazzi col fazzoletto al collo che ci hanno restituito un paese. non sarà un gran paese, ma è mille volte migliore di com'era. la musica risuona, le voci crescono, è commovente. sul finale scoppia l'applauso, liberatorio, entusiasta. c'è ancora gente che lo sente questo giorno, che lo porta dentro come qualcosa di forte, importante, un valore. inizia il concerto, una conferma. mauro pagani è un genio, circondato da strumentisti eccezionali. si viaggia dall'italia al sudamerica, attraversiamo paesi lontani, conosciuti o meno, con quel passo raffinato e potente che è la musica. forse le cantanti italiane non sono all'altezza, ma hanno un ruolo minoritario. fortunatamente un vecchio cantautore catalano e una ragazza americana che cantano come pochi ho sentito mi fanno dimenticare i ragli rochi ascoltati prima. anche le canzoni più semplici, come la cucaracha oppure o bella ciao, diventano un pretesto per studiare lo strumento, inventare accostamenti, liberare la fantasia in mille rivoli di poesia acustica. il concerto finisce, e forse finisce così anche un giorno importante, da ricordarselo insieme, da dargli un valore, ascoltando roba che viene da tutto il mondo ma che dice la stessa cosa, i canti della libertà. passiamo a dare i soldi per l'orchestra regionale d'abruzzo, quaranta musicisti senza un tetto sotto il quale fare la cosa più bella del mondo. la musica.È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’abiezione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma tu sai questo mistero. Tu solo.
Mario Luzi, Passione
Questi versi rendono in maniera secondo me incredibile l'umanità del Cristo. Un'umanità così tanto umana da parere divina.
Bianca
Certe volte sogno ma ricordo poco o nulla di quello che ho sognato. Capita però di avvertire quel senso di leggerezza, quel lieve torpore, quella sottile linea di confine che separa il mondo urlante da uno ovattato, senza suoni, senza parole. La stessa leggerezza di una piuma di cui segui il percorso ondulato prima che si posi a terra. No, troppo poetica come immagine. Facciamo così, cerchiamo di essere concreti, diciamo la stessa leggerezza che tu da bambino hai immaginato vedendo Nino Castelnuovo saltare la staccionata magnificando le proprietà dell'Olio Cuore. Da bambino per me la leggerezza era quel salto e tutte le volte ricordo che rimanevo a bocca aperto facendo il tifo per lui perchè la mia preoccupazione era che dopo tutti quei salti prima o poi ci avrebbe lasciato le palle su quella staccionata. E sarà andata proprio così perchè poi ad un certo punto quella pubblicità è sparita. E anche Castelnuovo. Ma voglio essere ancora più profondo e citare Shakespeare, proprio lui, quando diceva che "siamo fatti della stessa sostanza dei sogni". Impalpabili al tatto. Capita anche in letteratura pensare alla leggerezza e di solito la riflessione si concentra su due fattispecie: contenuto e stile. Il primo identifica giocoforza chi scrive cose frivole, leggere, senza profondi significati. Di solito si tende quasi a denigrare chi scrive cose leggere etichettandolo come un superficiale. Discorso diverso è per chi usa uno stile leggero dove per leggero si intende qualla linearità di pensiero che si traduce in parola scritta, quasi una sovrapposizione perfetta tra ciò che si pensa, ciò che si scrive e, triangolazione perfetta, aggiungerei anche ciò di cui si parla. Pensiero, oralità e scrittura rappresentano in effetti un triangolo che diventa perfetto solo quando queste tre componenti diventano sovrapponibili. Sul concetto di leggerezza ha scritto parole bellisime, al tempo stesso profonde e leggere, uno che si chiamava Italo Calvino nel suo ultimo libro, uscito postumo, dal titolo "Lezioni Americane". Calvino ha citato più di un esempio argomentando in maniera molto analitica il suo pensiero. Lungi da me il pensiero di ammorbare il lettore citando questo o quello e soprattutto disquisendo di ciò che oggi è o non è leggerezza. Se ci guardiamo intorno, cosa che ogni scrittore dovrebbe fare almeno tre volte al giorno, ci accorgiamo che nulla di ciò che vediamo si associa al concetto di leggerezza. Spesso tutto ci appare pesante, chi vive in città poi amplifica ancora di più questo stato d'animo. Così accanto al Vaffa Day dovrebbe trovare spazio anche il Leggero day, una giornata in cui il nostro agire è guidato dalla leggerezza. Pensiamo anche a quanto potrebbe essere utile e produttivo introdurre una giornata della leggerezza dentro le organizzazioni. Invece c'è la crisi, così dicono, e allora l'unica cosa leggera rimane il nostro portafoglio e dovendo scegliere viene naturale buttarsi ( a sinistra direbbe qualcuno ma non c'è più nemmeno quella) su un liberatorio Vaffa Day, quasi a esorcizzare i cattivi pensieri. C'è chi dopo si sente meglio, più leggero. In fondo è un risultato anche quello.
Gianni Riotta ieri, nella sua rubrica sui libri del tg1, è stato un rivoluzionario. Non ha fatto interviste, non ha sintetizzato e quindi elogiato una lista di libri del padrone, ma ha messo al suo fianco due mucchi di libri: un mucchio da leggere e un mucchio da non leggere. Li ha presi in mano uno per uno ed in quattro parole ha detto perchè valesse o non valesse la pena perderci il proprio tempo. Ecco, questo sarebbe un servizio giornalistico normale se vivessimo in un altro Paese o in un altro tempo. Invece. Invece siamo così assuefatti alle lodi sperticate di ogni opera da parte di Mollica, alle interviste carezzevoli dei reporter, al politically correct, che ieri Gianni Riotta, proprio questa faccia qui a fianco, ci è parso un rivoluzionario. Quando ho visto che elogiava una serie di pubblicazioni di piccole case editrici, ho sussultato. Quando ho ascoltato che stroncava Asor Rosa mi sono ritrovata a bocca aperta. Quando ho notato che non ha consigliato nessun libro Mondadori mi stavo per commuovere. Avesse indossato la kefiah sarebbe stato meno rivoluzionario.
Ci siamo troppo abituati ad essere politicall correct, a voler solo parlar bene e ad omettere quello che non ci piace. Giusto per essere un minimo politicamente scorretti, si sappia che Bianca odia il sito di Repubblica on-line, pensa che libri orrendi come "Bastogne" di E. Brizzi non andrebbero pubblicati, ritiene Veronesi uno scrittore tristissimo e Giuliano Ferrara uno sbruffone poco intelligente. E questo è solo un anticipo.
Bianca
Me lo chiedevo ieri mentre vagavo nella Pianura Pontina in cerca di una strada che avrebbe dovuto riportarmi a Roma. La verità è che a volte godo nel perdermi e per questo dico un no convinto ai navigatori satellitari. La bellezza del perdersi ha un suo innegabile fascino e proprio il fatto che ti sei perso ti consente di esplorare vie e situazioni che altrimenti il tuo bel percorso tracciato finisce con l'ignorare. Pensavo a una cantante di colore. Bella. Sensuale. Ipnotica. Una cantante Nigeriana dal portamento nobile ed elegante che risponde al nome di Sade. Ora se io dico Sade il pensiero rimane comunque circoscritto in ambito nobiliare richiamando il ben più noto Marchese De Sade ma tra i due non c'è nessuna liasion, giuro. Una delle canzoni più famose di Sade si intitola "The sweetest taboo" e ha una particolarità: è una canzona erotica anzi per tradurla in parole povere diciamo che fa sesso. Lo si capisce bene anche dal video che vede protagonista la stessa Sade che si muove sinuosa sul palco, vera femmina ma dal portamento regale che però quando la ascolti non puoi fare a meno di pensare al sesso. Al momento in cui questa canzone è stata concepita, all'atto sessuale che l'ha prodotta, a quel sottile gioco di parole che sottintende il titolo. Ieri in auto ad un certo punto l'ho sentita venir fuori dall'autoradio, la canzone intendo, ed è stato come quando assisti a quei revival, come quando Annarita Spinaci faceva le comparsate da Paolo Limiti. Parliamo di anni 80, fine anni 80, periodo di ormoni che facevano
Pensavo a Sade, agli anni 80, agli autovelox della Pontina che hanno molto poco di erotico, alle piantagioni di Kiwi lungo la strada e poi pensavo ai siti porno, quelli di cui la rete è piena, quelli che stanno al secondo posto in termini di fruizione subito dopo la posta elettronica. Con un occhio alla mail e l’altro ai contorsionismi ultra sex. Non dite che non è vero, non ci crederò mai. Sono cambiati i tempi e anche molto in fretta. Una volta si nascondevano i giornaletti zozzi come fossero reliquie oggi con la rete hai tutto a portato di mano, un assortimento talmente vasto che il giornaletto ha perso totalmente di fascino. Ma come spesso accade il troppo stroppia per cui anche tra i siti porno c’è un’omologazione che li fa sembrare tutti uguali (stavo per dire: vero Lapo e Bianca? Ma mi astengo). Su Repubblica mi è saltata agli occhi la notizia di un sito erotico nuovo.
Il suo nome è “beautyful agony”. Per farla in breve vengono immortalate le facce e solo le facce di persone che stanno raggiungendo un orgasmo. Li vedi una parata di volti di tutte le razze e ognuno gode a modo suo. Quanto sia vero o finto non ci è dato sapere. Per soddisfare la vostra sete voyeuristica vi metto anche il link così poi mi dite. Quello che mi colpisce è che il campionario di facce, visi e volti è uno spaccato di umanità nel suo insieme verosimile. Come uscire fuori dalla clausura del sesso consumato tra le pareti domestiche e condividerlo con gli altri, una sorta di picnic del piacere. Non sono visibili parti anatomiche ma solo sguardi e lamenti, nemmeno gli occhi che nella mggior parte dei casi restano chiusi.
Il fatto è che in ogni caso la Pontina è una strada dritta e le strade dritte stimolano i pensieri più strani, da sempre è così. Alla prossima.
giadim
è venerdì soci di penna, del raccontino neanche l'ombra, e forse è meglio per voi. e allora, come si diceva alla medie, "tema a piacere". vista la festa vicina, si parla di donne. ma vi assicuro che non lo faccio per garbo nei loro confronti, lo sapete che a me non piacciono certe feste e neppure certe donne, come del resto certi uomini. insomma, a me garba poca roba, ma questo non c'entra nulla.. no, piglio spunto da certe cose che mi sono venute in mente pensando ad una cara amica alla quale sono molto affezionato per certe ragioni mie, diciamo familiari. incontri gente, donne e uomini, e all'inizio fai sempre la stessa cosa. tendi, nei primi tempi, a catalogare le persone, a metterci su un'etichetta, tipo "questa è sofisticata" oppure "questa è pragmatica materialista" o ancora "questa è una che sogna ad occhi aperti" o anche "questa è matta da legare". così è facile poi adeguare i comportamenti e decidere di avvicinarsi o allontanarsi, approfondire certe curiosità o glissare elegantemente. con certe donne che ho avuto la fortuna di incontrare non bastano le etichette, sono passato ai cartellini, ai pendenti, poi i fascicoli e alla fine mi sono arreso. io di donne non ci capisco nulla, infatti ho sposato subito una delle prime che mi è capitata a tiro (e voi non sapete che culo ho avuto). che le donne sono molto complicate me ne sono reso conto poco dopo, ma non mi sono pentito, anzi. ho capito che mi devo arrendere davanti a certi marchingegni complicatissimi e sofisticati e che forse l'unica cosa da fare è ammirarle in silenzio. come quando sei davanti a certe costruzioni che ti lasciano senza fiato. piglia la cattedrale di reims. nessuno si domanda come faccia a stare lì in piedi da quasi otto secoli, come abbiano fatto a tirarla su oppure da dove sia venuta l'idea di farla così, uno arriva lì davanti e vede l'ardimento, l'armonia, le proporzioni, l'equilibrio, e ci gode. forse bisogna farlo anche con certe donne, anche se non hanno tutti quei secoli. del gotico francese ammiri subito le guglie, l'altezza vertiginosa, lo slancio. solo dopo, da vicino, con calma, apprezzi i colonnati, gli archi acuti, le bifore e trifore che alleggeriscono i corpi. e capisci che tutto è base, piede, supporto, sostegno che regge le torri, le guglie, che giustifica l'altezza, la vertigine della costruzione. nessun capitello è determinante, nessuna colonna, nessun arco, ma tutto è indispensabile a portare in alto la struttura. così le vedo io certe donne. robe molto complicate, difficili da capire e per questo affascinanti, delle quali non conoscerò mai tutti i capitelli e le colonne, ma intanto ammiro le guglie, la linea, la complessità. delle bifore e trifore meglio tacere, per educazione. sono pur sempre un gentiluomo, felicemente sposato per giunta. statemi bene soci miei.
Negli ultimi anni inverni troppo caldi hanno visto il fiorire di mimose in quel di febbraio, a volte persino gennaio, e per l'8 marzo eran già tutte sfiorite. Bisognava andare per forza dal fiorario a cercare una mimosa bella piena, inutile adocchiare un rametto sugli alberi, tutto sfioriva prima dei tempi. Quest'anno invece un inverno freddo ha nascosto i germogli abbastanza a lungo perchè vediamo fiorire le mimose proprio in questi giorni, nel momento più adatto per farci festa. Mi piace constatare che a volte, nei momenti bui dei rapporti interpersonali, troviamo qualche scherzo della natura a farci sorridere. Un improvviso arcobaleno, un'ora luminosa di sole in un freddo inverno, una pioggia ristoratrice nella calura estiva, una rosa che spunta da un ramo ormai rapito dall'inverno, mi appaiono tutti come piccoli simboli rappacificanti della natura. Quest'anno pare si siano date appuntamento tutte le mimose, forse per rasserenare un po' le donne di questo Paese. Sono donne più moderne delle loro nonne: guidano le automobili, lavorano, decidono liberamente sulla propria vita, se avere figli e quando, dedicano tempo alla cura del proprio corpo, possono uscire la sera da sole. Però lavorano con uno stipendio medio assai inferiore a quello di uomini che ricoprono lo stesso incarico. Però se avere figli lo decidono in base alle prospettive di carriera, perchè essendo precarie quasi sino al termine della loro età fertile, non hanno diritto alla maternità, non hanno speranze di essere riassunte dopo aver avuto un figlio, non hanno grandi possibilità di accedere ad asili nido la cui retta sia accettabile. La sera escono da sole, però le si consiglia un accessorio particolare da tenere in borsetta, lo spray al peperoncino "antistupro". In alternativa un allarme tascabile Beghelli, ora attrezzatosi per proteggere altre carrozzerie. Dovrebbero sentirsi rassicurate da militari in giro con armi a vista, o da plotoni di pensionati che si riuniscono per le ronde. Dedicano tante cure al proprio corpo che son sempre belle, seducenti, alla moda. Son tanto occupate a rendere la propria figura conforme a quel che vuole la società da non accorgersi di essere delle modelle in costume, appiccicate a ruoli che non hanno scelto, di cui non sono consapevoli. Un po' come la modella in foto, con un dolce sorriso speriamo di cavarcela, incatenate a schivar coltelli. Forse le mimose di questi giorni ci stanno invitando ad evacuare i posti assegnati per imposizione dalla società, forse ci invitano per le strade a raccogliere il fiore e a porgerlo alle nostre simili, a guardarci fra noi e a capire che la parità non significa scimmiottare i difetti degli uomini, ma avere pari opportunità, frase ormai abusata e di cui sembra smarrito il senso. E sorridete se un uomo vi regala una mimosa, non recriminate sul fatto che dovrebbe sempre essere con un fiore che si tratta una donna. Sorridete anche agli uomini che si trovano a corto di mimose, tanto ce la prendiamo direttamente dall'albero. L'8 marzo ha ancora il suo senso. Auguri donne.
Bianca
Classe 1967, Sapri, ultimo paese della Campania, paese da sempre legato allo sbarco di Carlo Pisacane che non ebbe una grande accoglienza a dire il vero e famoso inoltre per una poesia che bene o male più o meno tutti conoscono e che si chiama la Spigolatrice di Sapri a firma del poeta Luigi Mercantini. Nel 1967 la mia generazione si è trovata a nascere interamente in un'altra regione, la Basilicata ed in particolare a Maratea (PZ). 18 km di curve e tornanti separano Sapri da Maratea. E' una strada a picco sul mare, simile alla Costiera Amalfitana ma molto più selvaggia e in parte incontaminata. Alcune insenature sono raggiungibili solo via mare. Se guidi la macchina va tutto bene, ma se stai lato passeggero e guardi giù rischi di stare male, un po' come andare sulle montagne russe. Nel 1967 intere famiglie di Sapri e dintorni ai primi segnali di doglie si mettevano in macchina per raggiungere Maratea. A volte riuscivano ad arrivare altre ancora il figlio lo facevano in auto. E dovevi essere fortunato ad avere almeno una Fiat 128 perchè era più spaziosa della 127 e la comodità, in certi casi, è fondamentale. Maratea significava l'ospedale. A Sapri non c'era. In verità avevano iniziato a costruirlo, in un bel posto, vista mare, ma poi era rimasto lì, poco più di uno scheletro, ogni tanto ci aggiungevano qualcosa, un infisso, qualche rubinetto, una mano di vernice, solitamente questo avveniva in concomitanza di qualche competizione elettorale quando arrivava il politico di turno che prometteva a più non posso ma non potendo promettere mari e monti perchè già li avevamo finiva per offrire alla popolazione il completamento dell'ospedale. Tutti ci cascavano ma lo scheleltro rimaneva lì, incompleto. Dovemmo aspettare il 1979 quando ci fu una vera e propria rivolta popolare capeggiata da un prete, uno di quelli che parlava poco di Dio almeno secondo i canoni di allora ma parlava della gente e alla gente ed è stato l'unico prete che io ricordi che mi faceva appassionare alle omelie. In seguito a quella rivolta che culminò nell'occupazione della Stazione Ferroviaria di Sapri che mise in ginocchio l'Italia dividendola in due, si ottenne l'apertura dell'Ospedale che naturalmente fu oggetto di lottizzazione selvaggia ma forse è il male minore rispetto all'ipotesi di non apertura. Dal 1979 in poi il nome Sapri è scritto sulla carta d'identità di chi è nato in quegli anni. Non sono nostalgico e sono anche contento di essere nato in Basilicata, in fondo Sapri, trovandosi in mezzo a tre regioni (Campania, Basilicata e Calabria) è un po' un'enclave, territorio quasi neutro e dovendo scegliere va benissimo la Basilicata che insieme al Molise contende lo scettro di Regione meno conosciuta. Oggi ho poco più di 40 anni e spesso quando mi capita di esibire i documenti con su scritto nato a Maratea mi sento rispondere che la Calabria tutto sommato è bella. E io a spiegare che Maratea con la Calabria non c'entra nulla ma alla gente non importa. La Geografia con la globalizzazione ha perso di significato, provate a chiedere a qualcuno se conosce le Capitali dell'ex Unione Sovietica o magari le bandiere che ieri già sembravano un numero infinito e oggi lo sono ancora di più. La vita poi fa strani giri. Oggi Maratea ha un ospedale ridotto a presidio e quello di Sapri vivacchia tra ridimensionamento dei posti letto e ipotesi di chiusura. Magari tra un po' si tornerà a nascere in casa, con la levatrice che parlerà Uzbeko e un dottore che tifa Nigeria ai mondiali di calcio. Manca solo qualche emulo di Pisacane che prova a sbarcare in spiaggia a Sapri ma sconsolato torna indietro perchè di spiaggia, a Sapri, ce n'è rimasta poca. Effetto combinato dell'erosione delle coste e dei fondi pubblici.
sono tanti anni che li vedo arrivare. i contadini dico. un contadino in città è come un cavallo parcheggiato in un salotto. lo vedi subito, stona, è un corpo estraneo. almeno per me, che tanto tempo fa ero uno di loro. poi no, ho fatto il salto, ho tagliato tutto e mi son piantato qui. ma non è piantarsi, nel cemento non radica nulla, ci scivola l'acqua, neanche la polvere ci sta su quest'asfalto nero e liscio che ti tappezza i passi la notte. ecco, i passi, li riconosci dal passo. il contadino è leggero, guardingo, molleggiato, a non consumar le suole. e poi le scarpe anche. non c'é spazzola che tolga tutta la polvere che c'é sulle scarpe di un campagnolo. hai voglia di grasso e struscia sodo e sputaci sopra, tra le pieghe di quelle scarpe rimane quel chiaro, quella riga che ti dice che hanno pestato più zolle secche che marciapiedi. poi le cambiano, ne comprano di nuove, ma il passo li frega, il molleggio piega le scarpe, forma le grinze, entra la polvere, punto e a capo. li riconosci da lontano, anche di spalle. giubbotti corti, fatti per lavorare, ché il cappotto ingombra il movimento, si struscia dappertutto. e poi da vicino. gli occhi, mobili, curiosi, spaventati anche. scrutano dentro ai vetri illuminati sulla strada, si fermano e ripartono con quel fare indeciso di chi non sa. non sanno, allora cercano, cercano un posto dove sentirsi protetti, al sicuro. di solito entrano in un bar, convinti dal caldo, la confusione, le luci. non lo sanno i meschini, che appena entrano c'é chi li guarda, li pesa, li valuta. dopo un minuto almeno un paio di persone, un ladro e una puttana, sanno già quanto hai in tasca. dalla posizione delle mani nei pantaloni, da cosa bevi, da come stai seduto, se apri o meno il giubbotto. i ladri e le puttane dovrebbero fare i giudici. di solito uno furbo dura una settimana, a volte due. quelli tonti in due giorni sono già ubriachi, al verde, intontiti dai discorsi delle femmine e dalle botte dei maschi. comunque sia, fanno tutti la stessa fine. i più fortunati se ne tornano a casa con la coda tra le gambe, l'uccello che cola roba gialla e qualche costola rotta. poi c'é chi insiste, cerca la fortuna, pensa di essere furbo. quelli li leggi sul giornale, li trovano di là dalla ferrovia, mezzi mangiati dai corvi. non hanno mai nome quelli, ed è meglio così, almeno nessuno si vergogna di loro. poi c'é chi si adegua, diventa un animale, si mimetizza, trasparente di giorno e nero di notte. se non dai nell'occhio, se non ti vedono, ci campi, non bene ma ci campi. così faccio io, esco la notte tardi, quando la città dorme, ladri e puttane compresi. faccio i miei giri, evito i posti dei guai, ci passo distante. ormai ne sento l'odore, dei guai, li riconosco prima che arrivino. allora cambio strada, mi faccio piccolo, cammino nell'ombra, rasente ai muri. ne ho visti troppi. ma non mi vedranno con la coda tra le gambe. la campagna che ho lasciato tanto tempo fà non mi vedrà sconfitto. il mio uccello ha gocciolato per settimane, mesi, poi si è stancato. le mie costole hanno cercato di soffocarmi, mi hanno impedito di dormire, di parlare, persino di salire le scale, poi si sono arrese. non sarò più contadino, anche se non sarò mai cittadino. è una questione di razza, lo so. morirò bastardo, solo, inadeguato. ma lo farò lontano dalla ferrovia e dalla polvere delle zolle. avrò scarpe lucide quel giorno.
zanzibar e erri de luca. c'è un nesso, un parallelo, un legame. la sintesi, che poi rasenta la poesia. sto partendo, devo comprare le pile alla macchinetta sub. all'edicola vedo un libro di de luca che non ho. il giorno prima della felicità. mi sembra in tema. domani sarò in africa. non proprio, una scheggia d'africa, una caccola di terra nera messa lÏ accanto, nell'oceano indiano, sei gradi a sud dell'equatore. compro il libro e le pile, metto tutto nello zaino, domani mi servirà. perché oggi è il giorno prima della felicità. l'africa, quella grande, è una parte di mio padre, ci ha fatto una guerra tanto tempo fa, l'ha persa, ci è rimasto prigioniero per molti anni. poi è tornato, ha preso moglie, fatto figli. forse ci ha trasmesso certi posti, non saprei dirlo, è roba dentro. arrivare è una conferma a quel che sentivo. neanche cento chilometri per quaranta, neanche l'elba nostra, ma ci stanno in due milioni, mezza toscana. in questo fazzoletto foreste, città, villaggi, campi coltivati, stradine sterrate e grandi strade, panorami mozzafiato e discariche, c'è tutto, compreso due milioni di persone. un popolo, ma differente. il popolo nero non piglia posto. capanne piccole, di pietre e paglia, senza acqua né luce. la notte zanzibar si spegne. qualche fuoco nei villaggi, niente più. l'africa è parsimoniosa, non consuma risorse, con un fuoco di sterco si cucina per dieci. l'africa non piglia posto nelle tasche del mondo. in compenso regala, oro, diamanti, rame, petrolio. se chiedesse il conto, meglio non pensarci. sono qui, nel villaggio. davanti alla porta del bungalow c'è il mare. l'oceano indiano è grande, le maree sono una corsa d'acqua lunga un chilometro di sabbia bianchissima davanti a me. sulla sinistra c'è una costruzione in legno, alta, panoramica. il sole è alto, decido di andare a leggere lassù. nelle orecchie cinematic orchestra. il telefonino non funziona per chiamare, solo messaggi, allora è buono per la musica. è musica gentile, non spinge i pensieri, li accompagna. il libro è breve, come tutti i suoi. ma è de luca. chi sa dire direbbe prosa scarna, asciutta. io dico ogni frase è a sé, da incidere su una lapide, da pensarci un giorno, e non basta. è storia di guerra e di fuga, ma non è chi e quando, è come. mi guardo le dita sulla pagina. penso che lì finisco io e comincia lui. rapporto strano, leggere. lettere nere messe in fila, parole che passano dall'uno all'altro, senza essere più di nessuno dei due. sulla terrazza sospesa guardo l'oceano che si ritira. in questi giorni è morto mio padre, sei anni fa. e ora sono qui, davanti all'oceano che lo vide sconfitto davanti a un fucile inglese. non ho la macchina fotografica, solo un libro di parole e un telefonino di musica. uso quello, scatto una foto. mi guardo le dita dei piedi sul pavimento di legno, alzo lo sguardo e vedo sabbia, mare, palme. qui finisco io e comincia il mondo. perché il mondo è come le parole dei libri. non è di nessuno, solo di chi lo guarda in quel momento, ma per poco.
con l'istinto.
uno non se le spiega certe cose, ma poi torna a casa, gli viene in mente una roba sulla felicità, la posta nel suo blog e poi, prima di uscire e fare altro, guarda gli altri blogs che gli garbano e nel condominio di malaparata ci trova il socio di penna che tratta lo stesso argomento. forse è empatia, o forse una scusa per parlare di un libro, di un progetto, oppure di quello che gli è successo ieri. no, la roba di ieri non c'entra, gli è scappata solo perché la felicità è rara e quando la vedi o la tocchi, di primo impulso ti vien voglia di raccontarla a qualcuno. poi però è anche una roba molto personale, allora te la tieni per te. ma sì, parliamone di questa felicità, che a volte uno si domanda se esista davvero, ma poi se negli stati uniti l'hanno messa nella costituzione vuol dire che almeno lì la conoscono bene. che poi la felicità si divide in due grandi categorie, la tua e quella degli altri, unite da un tubino sottile che non rispetta proprio la legge dei vasi comunicanti ma almeno ci prova. io ho un amico, è attivista del piddì, due figli grandi, un uomo serio, pacato, quello che se lo vedi diresti che ti fidi a dargli i tuoi soldi. infatti fa il dirigente dentro le banche. poi però, quando meno te lo aspetti, nel silenzio di un momento di pausa, sbotta: "son contento". ora, soci miei, non è la felicità di cui si parla, ma conoscendo la pacatezza del mio amico vi assicuro, è la manifestazione più vicina all'argomento in questione che io conosca. sai uno in giacca e cravatta, un po' in piazza coi capelli, magro e dinoccolato, occhiali, che ti spara un "sono contento" a bruciapelo? ecco, avete capito. poi c'é quella silenziosa, che forse è la migliore. è una polvere sottile, una cipria direi, che a volte ti pare di vedere sulla faccia di qualcuno. oppure ne senti l'odore. l'odore lo senti anche se non sei presente, puoi leggerlo in uno scritto, o vederlo in una pennellata su un quadro. l'odore della felicità è comunque buono, specie per chi, come me, non è bravo a vederlo sulla faccia della gente. non lo so, deve essere l'età, io quella cipria lì non la vedo facile, eppure la cerco. non c'é nulla di più bello di un viso di donna sporco di felicità, con quel sorriso insistente che non vuole andare via, quella timidezza che cerca di contenere l'emozione ma poi gli occhi la fregano e brillano per conto loro mentre lei imbarazzata non può farci niente. come l'altro sabato che abbiamo deciso di passare una settimana su un'isoletta africana. è da allora che la principessa è incipriata, e io me la godo, anche se per star via una settimana ora lavora sedici ore al giorno. partiamo mercoledì, se ci arriva viva, e a dirvela tutta son più contento per lei che per me. forse la felicità è come certi giochi di biliardo, se la pigli di rimbalzo vale doppio. come il viso della socia di penna quando ha visto sua figlia. sì, mi sarebbe garbato vederla, tutta stanca e sudata, con gli occhi rossi e le labbra livide mentre osservava curiosa quel fagotto rosa che le porgeva l'ostretica. tanta roba quella. ma quelle son dosi massicce, direi stupefacenti, di felicità. di solito la trovi in quantità quasi impercettibili, che durano un attimo. almeno a me tocca così. sarà che mi è calata la vista, come dicevo. ma mi garba quando la trovo, anche poca, e continuo a cercarla. visto che gli americani l'hanno messa nella costituzione, da qualche parte deve pure essere. in fondo ho sempre il mio vecchio amico bancario. alle brutte vado a trovarlo e a sentirlo dire "son contento".
Strano animale la felicità. Più di uno pensa a qualcosa di tangibile, un fatto, un evento, una smorfia ma in fondo è qualcosa di etereo, al limite polveroso mi verrebbe da dire. Materia che non si assembla, sfuggente, incostante, una zoccola impazzita che sbatte sul marciapiede. Zoccola nel senso di topo. Mercurio, forse il mercurio è l'elemento che meglio di chiunque altro identifica seppure per associazione mentale il concetto di felicità. Ed è strano sentirne parlare. Voglio dire, più facile viverla, o forse più immediato. Non bisogna però cullarsi troppo, di solito dura poco ma accade e quando accade il mondo intorno sembra scomparire e rimani da solo a contemplare te. In quel momento siamo portati naturalmente a sopravvalutarci, facciamo progetti, prendiamo decisioni a cui non riusciremo mai a dare concretezza, seguito. Aveva ragione Umberto Eco a dire nel suo "Pendolo di Foucalt" che "in fondo non bisogna aspettarsi troppo dalla fine del mondo". E' un modo per dire che la felicità è un momento, nu muorz direbbero a Napoli (un morso). Eppure se ne parla, per interposta persona come il Tristano di Tabucchi, in una cornice come l'Accademia di Francia a Roma. Succede che poi le parole diventano un libro e il libro un omaggio. Pensate un po', voi entrate in Banca a chiedere informazioni su un mutuo e ve ne uscite con un preventivo e un libro a doppia firma. Domenico De Masi e Oliviero Toscani, titolo: La felicità. Parole e fotografie per spiegare in maniera esaustiva questo sentimento che ormai è merce rara. Se lo chiedi in giro nessuno ti dirà esplicitamente che è felice. Oggi è la tristezza ad essere di moda e più questa tristezza è diffusa più la gente si convince di stare in fondo bene quando in realtà è profondamente infelice. E' il processo di condivisione che rende le cose meno drammatiche di quelle che sono però totalmente false. Poi succede che di tanto in tanto incontri uno felice. Ti fermi. Vorresti quasi saperne di più, chiedergli ad esempio perchè, come ha fatto, cosa gli è successo. Ma non lo fai, ti accontenti di guardarlo e respirare la stessa aria che respira lui. Pensi che può essere contagiosa e ti viene in mente la varicella che hai preso a 40 anni con la faccia devastata dai bubboni. Altro che felicità. Ritorni infine a pensare all'architettura del mondo, al modo in cui lo vedono gli altri. Quelli che orgasmano per la linea retta stile Le Corbusier o quelli che invece sono attratti dalle curve come Niemeyer ad esempio. Felici entrambi ma con prospettive diverse. Se avete modo di procurarvi questo libro fatelo, non per il libro in sè ma per il significato che esprime. Due modi: o andate a Vignola, terra di ciliegie e di gente laboriosa e di banche o andate sul sito di Oliviero Toscani, La Sterpaia. Ci sarebbe un terzo modo ma nemmeno ve lo dico perchè è successo ieri e ieri non torna.
paolo lo conobbi d'estate. faceva caldo, questo lo ricordo, e si cercava da bere. un nostro amico si ricordò del suo laboratorio, lì vicino, in paese. entrammo in quella corte, ragazzi in bici, in quel magazzino che sembrava abbandonato. l'odore della pelle mi prese alla gola. ciao, sentii dire dalla penombra. spuntò un sorriso franco, onesto, semplice, con sopra due occhietti vispi e un ciuffo di capelli ribelli, ricci, un po' buffi. aveva qualche anno più di noi studenti e lavorava già in proprio. tagliava la pelle in quel vecchio fabbricato un po' cadente, circondato da scaffali pieni di cose improbabili e invendibili. era il suo senso degli affari, che non l'avrebbe abbandonato mai. si bevve e si parlò, mentre lui lavorava e sorrideva con quel fare amichevole. mio fratello vide una conchiglia tra le cinfrusaglie dello scaffale, la prese. scoprimmo che gli piaceva il mare. il sabato dopo eravamo insieme all'argentario. da porto santo stefano si pigliava una strada sterrata che portava a un'oliveta che scendeva sul mare. si piazzavano le tende nell'oliveta e poi giù, su uno scoglio dove il giorno si faceva il bagno e la notte si pescavano i gronchi. fu il nostro scoglio per tutta l'estate, e per molte a seguire. lo riconoscevi dall'odore delle sarde che paolino e mio fratello usavano per pescare di notte. io lo preferivo all'odore del cuoio che paolino aveva addosso, nelle borse, nella tenda. era il suo odore, mio fratello aveva imparato ad apprezzarlo,io no. ma mi piaceva paolino. era franco, semplice, sincero, e gli piaceva il mare. scendere in acqua con lui era una scuola. si metteva la maschera, faceva un respiro e scendeva. noi con le pinne non gli stavamo dietro, e lui tranquillo si metteva col fucile subaqueo a cacciare all'aspetto a dodici metri di profondità. noi si tornava su per respirare, lui era laggiù, fermo. paolino tornava dopo un po', tirava la sagola dell'arpione e c'era una murena. era nato per l'acqua. vedeva i pesci, li conosceva, sapeva tutto, abitudini, tane, tecniche di caccia. il fisico l'aiutava. piccolo ma tonico, muscoloso. era anche peloso, e quel fisico agile e quel sorriso aperto lo facevano assomigliare ad un scimmia. paolino la scimmia, fu il suo soprannome. si arrampicava sullo scoglio e si metteva a pulire il pesce. spellava le murene, ripuliva i saraghi, sbatteva i polpi. credo che ancora oggi quello scoglio sull'argentario puzzi di pesce. un giorno, d'autunno, trovammo il magazzino chiuso. dov'é paolino? sua madre ci disse che era andato in polinesia. da solo? da solo. e quando torna? non l'ha detto. passò l'inverno, e anche la primavera. tornò. il suo sorriso largo si era espanso ancora, aveva la pelle del colore del cuoio che tagliava, i ricci erano cresciuti e imbionditi. era partito perché voleva vedere il mare, ci disse. e ci raccontò. del volo interminabile, dell'arrivo a papeete, della contrattazione del viaggio in barca con un commerciante del posto, del pellegrinaggio fra le isole, l'arrivo a rangiroa, che era abitata allora da due famiglie di pescatori. lui era andato alla capanna di una famiglia e nel suo francese scolastico aveva proposto di aiutarli a pescare in cambio di cibo e un letto. e fu così che paolino la scimmia divenne pescatore a rangiroa, e per sei mesi visse come un polinesiano, mangiò polinesiano ballò polinesiano e parlò anche polinesiano. moana voleva dire oceano, ia orana buongiorno e nana arrivederci. aveva comperato una nikonos subaquea per quel viaggio, e una sera ci portò a far vedere le diapositive che aveva fatto. ovviamente puzzavano di cuoio, ma non ci si fece caso, dallo schermo grondavano sole, e sabbia, bianchissima e lagune trasparenti, e pesci meravigliosi, e palme, e gente felice che sorrideva coi denti grossi, come quelli di paolino. eravamo entusiasti per lui, per quel sorriso che non lo lasciava mai, per tutti i ricordi che ci raccontava. ricominciò a lavorare nel magazino, ma durò poco. ragazzi vado a vivere all'isola d'elba. comprò un grosso furgone e lo caricò di tutte le carabattole del magazzino. all'inizio dormiva nel furgone parcheggiato a marina di campo, faceva i mercati dell'isola, vendeva le cose in pelle che faceva. paolino viveva di poco, in questo era davvero un polinesiano. non sentiva fame o freddo, gli bastava niente, ma non poteva fare a meno del mare. noi si andava a trovare per l'ultimo dell'anno. case fredde in affitto per una settimana, grandi girate e lui e mio fratello che per la notte del trentuno organizzavano la pesca sul molo e la mattina un'immersione con mute e bombole. si era cresciuti tutti, e fidanzati anche, e qualcuno di noi considerava paolino un po' zingaro, un disadattato. puzzava ancora di pelle, anche perché aveva comperato una casetta sul porto dove continuava a fare portafogli e borse e cinture. viveva così paolino, mercati d'estate e pescatore d'inverno. quelli della flotta di mazzara del vallo lo conoscevano tutti. quando un peschereccio incagliava l'ancora chiamavano lui. muta, bombole, maschera e pinne, fino a che l'ancora non era libera paolino era giù. così viveva il mio amico. un anno ci presentò dominique. una ragazza francese, conosciuta d'estate. era bellina, magra, gentile e silenziosa. negli occhi però si vedeva che era francese. un tipo deciso dominique, ti guardava come guardavano diderot e robespierre, il generale de gaulle e quelli della legione straniera. paolino divenne più umano, più morbido, più accettabile anche per quanti di noi, un po' snob, lo consideravano troppo zingaro. vivevano all'elba e mio fratello ci andava spesso. mi raccontava di loro, della vita semplice ma libera, del mare che paolino amava più di tutto ma meno di dominique. io non andavo all'elba da un bel po', ma sapevo che stavano bene, del bambino che avevano avuto, delle estati passate all'elba e degli inverni passati in provenza nella casa materna di dominique. perché la gente si perde anche di vista, non puoi tener tutti vicini, succede che qualcuno lo perdi per strada. è normale. poi, l'anno scorso, una crisi di reni, l'operazione, il trapianto, e gli ospedali francesi, e il ritorno, e le difficoltà, e la polmonite, e gli ospedali italiani, e la crisi cardiaca e le complicazioni. sì, paolino la scimmia è morto il ventisei dicembre duemilanove, per delle maledettissime complicazioni. non l'aveva detto a nessuno, accidenti a lui, delle complicazioni del cazzo che alla fine se lo son portato via. e così, di paolino la scimmia mi resta un portachiavi della rolls royce che gli fregai da ragazzo e che uso da allora e una scacca da viaggio in pelle che mi feci fare tanti anni fa ma che non ho mai usato perché puzza ancora di cuoio. eravamo pochi al cimitero, i soliti amici di un tempo. era un freddo cane, e ci si stringeva tutti intorno al padre e alla madre di paolino, per riscaldarli e confortarli. e si diceva che era davvero un semplice, di quelli che se il mondo fosse come loro sarebbe facile starci. ma mi sentivo in colpa lo stesso. perché la gente si perde anche di vista, maledizione, non puoi tener tutti vicini, accidenti, succede che qualcuno lo perdi per strada, vaffanculo. e non è normale. non lo è, non c'é cosa importante che possa passare davanti ad un affetto, anche se remoto, lontano, perso nel tempo e nel mare. "vi rammentava sempre". me lo ha detto suo padre, al cimitero. eccola lì, l'amicizia di paolino. "vi rammentava sempre". non ha mai chiesto nulla in vita sua, si accontentava paolino, e al contempo ha ottenuto quel che voleva, che amava di più. il mare, la sua donna, un figlio. e così, l'altro giorno, mentre il complesso di musica irlandese faceva l'ultima canzone per la festa dei suoi cinquant'anni e io riprendevo con la telecamerina, mio fratello alza la mano al cielo e tra le lacrime dice: "questa la dedico a paolino". la canzone si chiama kimiad che in gaelico vuol dire addio. non ce l'ho fatta, vibravo dentro e fuori,mentre riprendevo dicevo tra me "sì, ecco, così si fa, bravo fratellino mio. a paolino la scimmia". ma eravamo in trenta a piangere paolino quella sera, ed è stato bello. ed eccovi la storia vera del mio amico paolino, soci di penna miei carissimi. ci sono mille aneddoti suoi che vorrei raccontarvi, ma è meglio se mi fermo qui, altrimenti mi viene ancora un po' da piangere. mi sento un po' in colpa con lui, l'ho perso di vista, ma mio fratello mi ha detto che suo figlio di sei anni è identico a lui, uguale spiccicato. ora vive in provenza, sul mare, con sua madre. spero che lo ami il mare, come suo padre. se il mondo fosse come loro sarebbe facile starci. statemi bene.
ciao soci di penna, come stanno i miei nipotini? spero che crescano bene, e si divertano. già, il lavoro di quando si è piccini è divertirsi e crescere, nient'altro. imparare anche, è importante. da grandi si smette di crescere intanto, salvo ingrassare, come nel mio caso, anche divertirsi e imparare diventano occasionali. da vecchi poi, il divertimento diventa rado e le occasioni per imparare qualcosa sono molto difficili. ecco, qui volevo arrivare, soci miei cari. a me sabato scorso è capitato di divertirmi molto, a una festa da mio fratello, ma questa è roba privata, non è interessante. invece l'altro ieri ho fatto entrambe le cose, divertirsi e imparare, che a trovare l'occasione dove ti succedono entrambe è raro parecchio. giovedì sono andato a milano, apposta per vedere la triennale, o museo del design o come la volete chiamare, scegliete voi. non so dove sia perché uno scende alla stazione, un grosso posto fascista, entra in metropolitana e poi ne esce vicino alla triennale che è un altro grosso posto fascista. l'impressione è che a milano la democrazia sia sotto terra, e quando esci ti vengono brutti pensieri. ah, vero, c'é anche il parco sempione, dove decine, centinaia di esseri umani vanno a far fare i bisogni ad altrettanti cani. il tutto l'ho visto sotto un sole cocente che mi faceva sudare (ero al nord, avevo il parka, e che diamine!) ma costellato da mucchi di neve sporca, residuo della nevicata di una settimana prima, il che rendeva tutto molto surreale, con questi iceberg improbabili che spuntavano agli angoli delle strade o sui marciapiedi e dentro al parco. io guardavo questo candore ormai sporco ma abbagliante e tutti 'sti cani coi padroni che saltavano i primi e bestemmiavano i secondi e intanto mi veniva in mente la parola yukon, che se ci fossero state le slitte sarebbe stata perfetta per una corsa tra i ghiacci del nord. invece no, ero al nord, faceva un caldo boia e il parka era una piccola sauna ambulante dove grondavo abbondantemente. insomma, milano per me si è limitata al trasbordo sotterraneo molto lungo con camminata lungo il parco molto corta. ma parliamo della mostra. anzi no, voglio dirvi che quando vado in treno mi porto un libro, ma non quello che leggo, a meno che non sia piccolo. mi garba il libro in tasca, da viaggio, e bisogna sia tascabile. non guardo il paesaggio, specie la pianura padana, che trovo piatta e monotona, non dormo perché non mi riesce, allora leggo. il mini libro scelto stavolta è "pablo picasso" di geltrude stein. ottanta pagine nelle quali la donna parla dell'uomo, l'americana dello spagnolo, la letterata del pittore. ve lo consiglio, lo leggete in due ore e vi rivela un modo di vedere a dir poco fulminante. bene, eravamo rimasti sulla porta della triennale. stiamo entrando. il palazzo è fascista, come vi dicevo, donato da non so chi, un senatore o simili, alla città. che ci sia stato un tempo nel quale i politici regalavano robe alla collettività? no, ci deve essere uno sbaglio. comunque entriamo, io, la principessa, una nostra amica curatrice di collezioni d'arte, una sua amica milanese che lavora nella finanza e quindi con l'aria che tira non si è fatta pregare due volte nel raggingerci per un bagno di estetica di fine secolo. già, soci cari, ci pensavo mentre entravo, stiamo andando a vedere oggetti del secolo scorso. un museo appunto. ma per me è stato un museo particolare. l'esposizione, bellissima e articolata, era divisa in sette sezioni, chiamate "ossessioni". ci sono entrato come in un parco divertimenti, occhi aperti e sorriso (semiartificiale) stampato in faccia. e non ho più smesso. uno dei curatori della mostra (eravamo accompagnati come dei vips) ci ha descritto tutto con gentile solerzia, ma mi garbava starmene da me a guardare quella montagna di giocattoli che erano i mobili colorati, le poltrone gonfiabili, le radio e i televisori a forma di cubo, gli animali di legno, le prime sedie in plastica impilabili, i vasi di vetro e ceramica dalle forme bizzarre. è stato come entrare nella fiera dell'invenzione. tutte quelle invenzioni le conoscevo già, e conoscevo anche molti inventori (da piccino ho imparato a leggere su domus) ma vederle tutte insieme, raccolte ed esposte in maniera volutamente non didascalica o cronologica, ma anch'essa ludica, provocante, dissacrante anche, mi ha fatto bene. non voglio tediarvi con quel pezzo o quel designer, voglio solo dirvi che mi dispiace che il venticinque gennaio finisca. però l'ho vista, e ho rivisto molti dei pezzi che facevano parte del mio ambiente domestico, come gli animali di legno ad incastro, oppure certe lampade, o la poltrona gonfiabile che bucai con le chiavi di mio padre facendoo incazzare tantissimo. nello stesso palazzo ho visto anche la mostra di antonio burri, bellissima, con le sue combustioni e tutti quei quadri molto grandi e molto sexy e molto conturbanti. ma io ero andato per l'altra, e ho avuto soddisfazione. è stato come tornare piccino. un secolo fa appunto. uscendo mi sono ricordato di una frase di geltrude stein mentre racconta la vita di picasso. nell'ottocento l'arte seguiva delle regole, gli artisti delle correnti di pensiero estetico, nel novecento l'arte e gli artisti hanno tentato di infrangerle, di trovare strade nuove, territori vergini, e ci sono riusciti. lei stava descrivendo la parigi di picasso, tra il mille novecento dieci e il trenta. io avevo appena visto gli ultimi trent'anni di quel secolo lì. forse gli ultimi tentativi di infrangere delle regole, di trovare strade nuove, nuovi modi di giocare quel gioco che è la vita di tutti i giorni. gli ultimi pionieri dell'idea. sto ancora sorridendo. statemi bene.
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...that is the question.Mai i miei occhi hanno visto la luna cosi bella come stanotte
Dall'album "Rites" di Jan Garbarek
The Moon over Mtatsminda
da un testo di Galaktion Tabidze
composta e diretta da Jansug Kakhidze
direttore dell’Orchestra Sinfonica di Tiblisi
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ecco, sì, ora. devo ricordarmi adesso, dove sono, cosa sono, il momento. capoliveri, casa mia, mi sto facendo le uova. fuori è già buio, il mare laggiù in basso riflette un po' di luna, al largo le luci di una nave. navi, ci ho passato un bel po'. lo chiamavano lavoro. per me non lo era. so dire lavoro in una infinità di lingue, ma non so cosa sia. girare il mondo facendo il cuoco sui cargo non è lavoro, è tempo. tempo regalato al viaggio, al mare, ai giorni di bonaccia e alle tempeste. quando fa mare non puoi fare la zuppa di verdure, le scodelle non la tengono, e neanche gli stomaci. l'onda grande vuole patate, pasta, roba grossa, che sta addosso. ma non è lavoro. non potevo fare il maestro, come mio padre e mia madre. un maestro insegna, io volevo imparare. il mare insegna più del maestro. il mare non è confine, ma ponte. adesso, mentre sbatto le uova, davanti a me non c'é solo la nave che vedo. c'é hokkaido, dove l'inverno entra dentro le case di legno e carta e congela l'acqua nelle ciotole. c'é new haven con le casette piene di fiori, le donne gentili e i mariti figli di puttana. c'é manila coi suoi casini pieni di ubriachi. il mare è solo un porto a cui arrivare, e nel frattempo cucini. questo ho fatto io negli ultimi vent'anni. ho imparato, ma non dal mare. ho imparato a dire grazie anche, in molte lingue. le donne sorridono tutte uguali, quando dici grazie. poi basta. ho detto ferma le macchine, scendo, adesso torno. ma tornare non è il contrario di partire. è differente. troppa terra intorno, la gente che ricordavo si è parsa, persa nella vita che si distende intorno alle storie. già, anche io son cresciuto, non sono il ragazzo col sacco che salì la scaletta di quella nave a piombino. allora tanto vale stare a metà. a metà tra mare e terra, non troppo distante dalle tombe che mi ricordano chi ero, vicino al mare che intanto è diventato casa mia. ma non ho fatto in tempo a far famiglia. ci vogliono i piedi fermi. i miei ballavano i ponti delle navi nei caraibi, oppure in indocina. quando sono tornato non ero più bravo a star fermo davanti a una donna. troppo mare e poca terra sotto i piedi. ero pronto fuori, e forte, e capace, ma dentro no, avevo perso il piede stabile, piantato, sicuro. le donne lo vedono, non conta se hai smesso, puzzi di mare lo stesso. storie sì, che gli piace sognare, e sentire il salmastro nei racconti, ma poi tornano a casa e cercano marito altrove. è che un paio di bambini, anche tre, a mezza età così, ci stavano bene. a che serve girare il mondo a imparare se poi non insegni a nessuno? allora sto qui e guardo il mare dall'alto, e la vita dall'alto, e quando cala il sole mi cucino qualcosa e cerco di ricordre come si dice uova in giapponese, oppure come chiamano il pollo in guinea bissau. metto il sale, un pizzico. mangio davanti alla vetrata e guardo il mare. la nave si allontana nel buio. io no, ho deciso. resto. ormai ho gettato l'ancora nei ricordi e son rimasto incagliato.
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Solo un paio di settimane fa guardavi quel negozio di abbigliamento e tutto quello che c'era dentro compreso il proprietario con un'aria tra l'indifferente e il miserabile e anche se non lo davi a vedere sbavavi per quel cappotto che costava quanto quattro gomme della tua Ford. Un rapido calcolo e finivi per scegliere le gomme, troppo lisce quelle che avevi, buone per pattinare non certo per andartene in giro mentre fuori diluvia. Ora passi nuovamente davanti alla stessa vetrina, hai messo le tue quattro gomme nuove che ci potresti fare la Parigi Dakar o attraversare le paludi dell'Amazzonia, in vetrina c'è ancora quel cappotto nero e il proprietario che prima era sconsolato ora sorride e si fa in quattro per servire i clienti. Tranne me. Io non entro e non so nemmeno io perchè, mi piace guardare dalla vetrina quel mondo interno, ovattato, dove si respirano ancora scampoli di felicità da vigilia di Natale con tanto di capitone che nuon vuole saperne di crepare mentre tutti aspettano la mezzanotte come Cenerentola o un vampiro. Guardo quel negozio come fossi davanti a un televisore con il terrore che da un momento all'altro possa passare lo spot pubblicitario dell'Amaro Montenegro per interrompere quel momento magico. Poi all'improvviso il proprietario viene verso di me, ormai è a un metro ma si ferma davanti al cappotto che sta in vetrina e lo toglie dal manichino. Un signore, dentro il negozio, fa cenno di sì con la testa come a voler dire "è proprio quello". Il mio cappotto sta prendendo un'altra strada, anzi, un'altra spalla. Ma io non ho freddo. Fottetevi proprietario e acquirente del mio cappotto. Tu signore distinto, lo starai pure comprando, non discuto, ma siccome quel cappotto era mio tu stai comprando un cappotto usato, ricordalo! E tu proprietario dei miei coglioni se davvero eri un bravo negoziante, uno col il fiuto del commercio, l'avresti venduto a Ottobre quel cappotto anzichè a gennaio guadagnandoci molto di più invece che svenderlo quasi a prezzo di costo. E poi ha fatto così tanta neve che il tempo può solo migliorare e allora caro distinto signore quel cappotto lo metterai due volte e basta e sarai costretto a usarlo l'anno prossimo quando orami sarà andato completamente fuori moda così che la gente ti riderà dietro. Resto ancora qualche attimo immobile facendo finta di guardare la vetrina. Mi convinco che fuori fa davvero caldo e mi tolgo la giacca a vento che ho. Poi mi sventolo con una mano come a voler significare che sto crepando dal caldo. Dalla vetrina mi guardano come se fossi un alieno. Io per tutta risposta entro nella gelateria di fianco e mi faccio una coppa variegato alla nutella, crema del nonno e cioccolato fondente. E ci metto pure la panna.