postato da LaPo alle ore 17:33
giovedì, 14 agosto 2008

ciao soci di penna. sono a izmir, un posto a metà tra istambul e non so dove. sì, avete capito, non ricordo dove devo andare, so solo che tra qualche giorno monto su un caicco e faccio una settimana di bagni, tuffi, immersioni eccetera. dove non mi interessa, basta sia mare, spazio, silenzio. istambul bellissima, solo che quindici milioni di turchi son tanti, per chi ne ha sempre visti uno alla volta. tranquilli soci, non sono razzista come certe leggi uscite calde calde da noi, io in dosi così massicce non sopporto nessuno, manco i parenti stretti. infatti invidio quasi il giadim che scorazza per la città deserta con lo scooter, se non fosse che tiene famiglia e non tiene più pazienza. io lo capisco, me lo ricordo bene il meccanico di inverness, che quando arrivai da lui col discovery senza frizione (voi non sapete come cazzo si guida un fuoristrada senza frizione, e neanche io lo sapevo) mi fece vedere un tubino di rame e mi disse clunch pomp, one hundred twenty pounds, che voleva dire così impari a comprare i fuoristrada inglesi. e anche te bianca, sui tuoi amici monotematici, fissati sul ballo, sul vino e sullo sport. pensa a me allora, pigro, antisportivo, astemio e non ballo. sai che palle? e poi io, più che monotematico mi sento fuoritematico. fortuna volle che tra me e te c'è un quinto di secolo, che mi pare unja distanza ragionevole. adesso basta, 'sto computerino che mi son portato dietro mi ha stufato. ora lo spengo e vado a riposare per l'uscita notturna di stasera. in fondo izmir (smirne) son solo tre milioni. ce la posso fare.

statemi bene.

LaPo

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categoria : lapo, cartoline illustrate

postato da malaparata alle ore 15:57
mercoledì, 13 agosto 2008

Discutevo tempo fa con la mia amica S. dell'abbrutimento - da noi presunto - dei nostri coetanei che decidono di trascorrere tutti i week-end in un centro commerciale a fare spese. Certamente anche noi siamo abbrutite dalla presunzione e dal presupposto che i centri commerciali del BelPaese sono in realtà orribili scatole prefabbricate ove si celebra il rituale consumistico e si abbandona ogni tensione culturale ed estetica che dovrebbe caratterizzare particolarmente il giovane che si sta facendo adulto (appunto il nostro coetaneo). D'altro canto passando in rapida osservazione, acide e rassegnate, il panorama complessivo dei trentenni, ci siamo rese conto che quelli che non vanno al centro commerciale hanno l'appuntamento fisso con il calcio o con il campionato di volley o con qualunque altro sport a cui si dedicano. Insomma, in conclusione mi sono resa conto che quello che ci amareggiava era di avere a che fare con una serie di frequentazioni "monotematiche". Avete presente quelle discussioni fra donne in cui si parla di un possibile partner, del tipo "Sì, è carino. Ha anche un buon posto di lavoro. Però tutte le sante domeniche la partita..."? Oppure "E' dolcissimo, mi adora, vuole condividere con me tutte le sue passioni e quindi mi ha invitato al corso di ballo. Poi i week-end siamo sempre impegnati negli stages. Le vacanze?! Facciamo una crociera tematica per migliorare la tecnica del ballo..." senza considerare quelle che "Ah, il mio nuovo ragazzo è fantastico. La prima volta che mi ha invitato a cena ha aperto una bottiglia di Barolo del '64 e poi mi ha spiegato esattamente come esaminare gli odori, la decomposizione dei colori nel vino...Tutti i week-end andiamo per cantine. Le vacanze sono programmate in Francia, sulla via del Bordeaux...". Ovviamente il tipo "monotematico" pervade anche il genere femminile, puntando sullo shopping e sull'estetica soprattutto, con variazioni che toccano la musica melense ed il cinema romantico.
Quello che forse caratterizza più fortemente la triade degli scriventi su questo blog è la piacevole mancanza del tipo monotematico. Ognuno di noi ama viaggiare su temi diversissimi fra loro, imperversa su argomenti che conosce più o meno bene, ma in ogni caso è raro che si fissi su un soggetto o che inviti gli altri a guardarlo con il proprio punto di vista. Possiamo essere arroganti, disordinati, antipatici, incompetenti, sfigati, pessimisti e/o irriverenti. Però non saremo mai dei noiosissimi monotematici...
Bianca
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categoria : bianca, spicchi di esistenza

postato da malaparata alle ore 12:55
martedì, 12 agosto 2008

Vabbè Agosto è andato così. Così come direte voi? Di merda. Lo so, ultimamente ho il dono della sintesi o forse è una sensazione di svogliatezza, chi può dirlo. Quello che so è che le vacanze sono in stand by e dovrò trattenermi giocoforza in questa Capitale surreale e infuocata che risponde al nome di Roma. Aggiungiamo pure che la mia gloriosa Ford SW ha pensato bene di piantarmi la notte del 10 agosto quando solitamente la gente sta col naso all'insù a vedere le stelle. Io invece il naso lo avevo puntato sul cofano che fumava. E non era nemmeno roba buona. Poi una chiazza d'olio che si allargava a dismisura sull'asfalto. E le stelle stanno a guardare lo spettacolo indecoroso di un bancario che vorrebbe bestemmiare in aramaico ma non ci riesce perchè anche a bestemmiare ci vuole allenamento e io non ce l'ho. Le macchine si rompono, un po' come le palle e gli incantesimi. Forse ci vorrebbe un disinfestatore di sfiga. Ma trovare qualcosa di aperto in questi giorni è come trovare una pagliuzza d'oro nel Tevere. Ora la mia macchina riposa nell'unica sfigatissima officina di Roma aperta dove una schiera di meccanici altrettanto sfigati hanno deliberato che alla mia macchina si è rotto lo scambiatore dell'acqua e dell'olio. Si può riparare, questo sì, con 700 euro si può fare ma forse l'intervento dovrà essere positicipato a dopo ferragosto in modo da poter avere la macchina per fine agosto, salvo complicazioni. Devo dire che nella mia vita e sulla mia pelle ho scoperto che sono le complicazioni a fotterti. Termine generico ma simbolo indiscusso di sfiga. Non mi resta che puntare a settembre dove la prima settimana dovrei essere in terra straniera, a Palma di Maiorca per la precisione. Con una mano scrivo e con l'altra mi gratto. Arriveranno tempi migliori, lo so, me lo sento. In fondo sono e rimango un inguaribile ottimista o un fottutissimo sognatore.

giadim

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postato da malaparata alle ore 16:40
giovedì, 31 luglio 2008

Mi pare che la classe dei nuovi ricchi sia molto diversa da quella di 30-40 anni fa.  Allora l'Italia stava crescendo, oggi decresce ma non si vede. Il ricco si riconosce dal SUV, dalla sua immancabile presenza nei locali in, da una donna appariscente e dal look sempre abbronzato. Il nuovo ricco non cerca di camuffare il proprio benessere temendo furti o paventando la possibile invidia altrui. Il nuovo ricco ama la propria ricchezza perchè mezzo per esporsi, per mettersi al centro dell'attenzione, come del pettegolezzo.  Il nuovo ricco non  vuole  che il suo reddito sia reso pubblico, ma poi  sbraita sguaiatamente "Perchè mai dovrei pagare allo stato italiano centinaia di migliaia di euro?! Le tasse sono troppe alte e quindi pago solo quello che ritengo giusto. Altrimenti non ce se la fa...". Il nuovo ricco si lamenta per le tasse sui beni di lusso, perchè al semaforo lo fermano in continuazione per pulirgli il vetro dell'auto ed invoca che tornassero a casa tutti, questi immigrati che tolgono lavoro agli italiani. Tutti, certo. Ad eccezione della moldava clandestina che assiste sua madre anziana. Ad eccezione dei 2 filippini clandestini che gli gestiscono la casa. Ad eccezione della giovane lituana che gli fa da accompagnatrice e dell'altrettanto giovane polacca che gli fa da massaggiatrice. Eccezioni minime, che dovrebbero essere consentite a gente ricca come lui, che a questi immigrati fa solo del bene.
A me non è che questi ricchi risultino insopportabili, solo un tantino antipatici. Mi sarebbero più simpatici se vedessi scoppiare al caldo dell'estate i giganteschi pneumatici di qualche SUV mentre sorpassano imprudentemente una modesta utilitaria. Mi sembrerebbero simpatici se vedessi le loro camicie bianche di lino sporcate da un gelato, versato incautamente loro addosso da un cameriere del Billionaire. Sarebbero adorabilmente buffi in un incontro ravvicinato con la Guardia di Finanza, se li redarguisse su quanto ce la possono fare a pagare le tasse. Mi apparirebbero teneri nell'elemosinare alla badante moldava di restare, con un regolare contratto, mentre questa li minaccia di denunciarli per sfruttamento. Sarebbero addirittura divertenti, nella richiesta alla lituana e alla polacca di placarsi, mentre le giovani e belle donne minacciano di divulgare le loro scarse doti amatorie, se non si vedono ricompensare...
Per ora rimangono poco simpatici, comunque.
Bianca
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categoria : invettive, bianca

postato da LaPo alle ore 16:34
giovedì, 31 luglio 2008

ciao soci di penna. lo so, non è ancora venerdì, ma io ho giorni strani in questi tempi qui, tipo domani mi garberebbe non esserci, nel senso del lavoro.  insomma, un po' mi conoscete e dovete aver pazienza. e poi voglio raccontarvi una storia vera. dovete sapere che c'è una casa davanti a dantedieci. una grande casa anonima, degli anni cinquanta. l'altra sera da mio cugino ho saputo la storia di chi ci abita. giorni fa è morto un amico di mio padre che abitava lì, zio di un paesano ricchissimo, era molto vecchio, infermo e fumatore. alla principessa è dispiaciuto tanto, ci è proprio rimasta male. lui insieme alla moglie e alla badante filippina abitava il primo piano di questa grande casa che separa dantedieci dalla casa di mio cugino, mentre al piano terra ci abita un altro anziano signore, un tipo davvero curioso. alto, magro, sempre molto elegante, tutte le mattine lo vedo uscire col suo blazer blu, la camicia azzurra e la cravatta. nessun particolare è trascurato, dalle scarpe lucidissime ai pantaloni con la riga perfetta al fazzolettino che esce dal taschino. fin dall'inizio cominciò a salutarci, cortese, con un cenno della mano, discreto ma sorridente. un giorno mi presentai, lui mi strinse la mano e con forte accento inglese mi disse di chiamarsi james. ci rimasi male e, se possibile, la mia curiosità si moltiplicò all'infinito. mi trattenni dal fargli domande, intimorito da tanta cortese discrezione. da allora ci siamo scambiati sì e no cento parole, la maggior parte sul tempo che fa il matto, insomma, conversazioni anglosassoni direi. son rimasto curioso, fino a l'altra sera quando mio cugino, in una cena conviviale da una cara amica comune, grazie a due bicchieri di buon vino e ad una notte fresca nella campagna fiorentina, mi ha raccontato la storia della famiglia dell'amico di mio padre morto giorni fa e di james, inappuntabile britannico finito come un marziano nel mio paese. la famiglia che abitava la grande casa in paese fece molta fortuna, e il giovane rampollo, che viveva insieme allo zio, decise con lungimiranza di investire i guadagni in un grosso e antico castello che si trovava nelle vicinanze. il castello era mezzo diroccato, un po' cadente, ed era di proprietà di un nobile inglese, un colonnello che aveva finito a malta la sua carriera militare e che aveva deciso, andando in pensione, di vivere in questo castello nei dintorni di firenze. per ragioni ignote poi decise di venderlo al mio compaesano per tornarsene in inghilterra, e sembra gli abbia fatto anche un buon prezzo, ma gli mise una servitù, bella e curiosa. il colonnello aveva un maggiordomo, un attendente, un "battler" come lo chiamò. il mio compaesano avrebbe dovuto garantirgli un alloggio degno e una retribuzione onorevole per tutta la vita. il mio paesano comperò il castello e lo restaurò in maniera impeccabile, con tanto di ponte levatoio. io, quando ero a inizi carriera, ci ho organizzato anche degli shorts pubblicitari, per la gioia dei figli del padrone di casa, miei amici, che stavano a vedere le modelle che si cambiavano i vestiti, ma questa è già un'altra cosa che vi racconterò un giorno. ecco qua soci di penna, questo è tutto quel che so di mister james, maggiordomo inglese in pensione, che da allora vive al piano terra della grande casa di famiglia davanti a dantedieci, e che tutti i giorni trovo per strada, vestito come un lord, che va a farsi la sua passeggiata. uno di questi giorni lo fermo gli chiedo di raccontarmi tutto, ma proprio tutto, fin dall'inizio. tanto lo so, lui si ritrarrà timido e non mi dirà nulla. e io apprezzerò ancor di più questo vecchio "battler" pieno di dignità, riserbo e di quell'antica pudicizia che io, sventurato blogghista (già blogger sarebbe troppo) non mi sogno neppure. si porterà nella tomba i segreti, gli aneddoti, le storie di una vita partita dall'inghilterra, che ha attraversato le colonie, la guerra, passata poi per malta e in un antico castello toscano per finire davanti a casa mia. è giusto, è roba sua, solo sua, e se la porterà con sé, avvolta nell'impeccabile blazer blu con l'immancabile fazzoletto nel taschino.
statemi bene.


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postato da malaparata alle ore 14:46
domenica, 27 luglio 2008

Randy Pausch è morto all'alba di due giorni fa, dall'altra parte dell'oceano. Era malato di tumore al pancreas, gli avevano dato dai 3 ai 6 mesi di vita e lui ha tirato per un anno e più dall'infausta diagnosi. Randy Pausch aveva 48 anni, una moglie, tre figli, una cattedra di informatico  alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Randy Pausch pur consapevole della sua inevitabile fine ha voluto caparbiamente lasciare una sorta di testimonianza reale, principalmente ai suoi figli e poi alle persone che gli hanno voluto bene, attraverso l'unica cosa che sapeva fare bene e cioè insegnare. Così si è inventato un'ultima lezione dal titolo "Come realizzare i sogni della propria infanzia". Ne è uscita fuori una lezione tutto sommato divertente anche se carica di commozione dove in pratica è stato celebrato il funerale di quest'uomo da vivo. Quella lezione è diventata un video che si può vedere in rete a questo indirizzo  e che hanno visto milioni di persone. Poi da quella lezione è nato un libro che hanno letto altrettanti milioni di persone. Ma non è di questo che voglio parlarvi ma di un'altra lezione, la seconda, passata forse in secondo piano rispetto alla prima ma a mio avviso importantissima e cioè una lezione sulla "Gestione del tempo", gli appassionati di scienza della formazione amano chiamare questo corso "Time management" ma è la stessa cosa. Pensate a un malato terminale che vi parla di tempo come risorsa e come fare per utilizzarlo al meglio. Capita anche a me di fare corsi del genere e di tenere aule dove cerco di insegnare a ottimizzare i tempi, non sprecare, eliminare le sacche di inefficienza ma è tutto molto approssimativo se è vero che non c'è docente più credibile di uno che ha 6 mesi di vita e che parla del tempo con cognizione di causa. Potremmo allargare il discorso anche ad altri corsi per esempio il "Problem Solving" e allora il più credibile dei testimonial sarebbe quell'uomo o quella donna che si barcamena ogni giorno tra mille problemi e riesce a quadrare il cerchio. Oppure uno che insegna la "gestione dello stress" o un altro che insegna a "redimere i conflitti", un altro ancora che insegna "l'arte della negoziazione". Tutti testimonial che potremmo prendere dalla vita di tutti i giorni, persone che davvero conoscono profondamente il significato di quello che vivono e che non si nascondono dietro una slide di powerpoint. Ecco che l'esempio di Randy Pausch serve non solo ai suoi figli ma anche agli pseudocattedratici che vogliono farci passare come scienza anche i più elementari comportamenti. Sogno un'intera lezione con tanti testimonial raccattati per strada che spiegano la vita, il saper essere prima ancora del sapere fare. Perchè per imparare a fare c'è sempre tempo ma imparare ad essere richiede applicazione quotidiana e spesso una vita nemmeno basta.

giadim
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categoria : giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 16:27
venerdì, 25 luglio 2008

ciao soci di penna. mi è venuta una voglia, e le voglie bisogna togliersele. la voglia che ho ora è di scrivere della cosa che forse amo di più. scriverò di musica. però non la musica di oggi, oppure le ultime mie scoperte, tipo gustavo santoialla, un argentino che non sa scrivere la musica però la sa inventare, e così lui suona, trova la musica con le mani e la chitarra e poi c'é uno che gliela scrive sul pentagramma, poi questa musica diventa colonna sonora e vince due oscar come è successo per babel e brokeback mountain. oppure non vince ma rimane una bella musica come per le colonne sonore di amores perros, ventuno grammi o i diari della motocicletta. opuure, andando indietro, a buenos aires negli anni sessanta, quando gustavo era giovane e insieme a dei tipi strani fondò gli arco iris e vivevano insieme in un appartamento in periferia e c'era una cantante bellissima, una modella che si faceva chiamare dana e era matta e facevano il rock argentino che era il folk tradizionale mischiato al rock, che per quel tempo era tanta roba ma loro erano troppo matti e nessuno li capì. ecco, io non vi volevo mica parlare di gustavo santoialla e degli arco iris, ma ormai che ci sono li lascio qui. però ora riattraversiamo l'atlantico, un volo di linea buenos aires londra, solito periodo, su per giù. eccoci in inghilterra, negli studi della island records. siamo nel sessantanove, jimmy miller nel suo ufficio sta guardando un disco nuovo, appena fatto. da lui son passati i migliori artisti pop inglesi e americani, ma mai aveva visto un gruppo come quello. si chiamavano blind faith, ed erano in quattro. i migliori quattro che si potesse immaginare. eric clapton alle chitarre, steve winwood alle tastiere e voce, rich grech al basso e violino e ginger baker alla batteria e percussioni. jimmy guardava il disco. lì dentro c'erano i cream, i traffic, i family, gli spencer davis group. era come se america cina india e russia diventassero una sola nazione. non lo sapeva il povero jimmy che sarebbe stato l'unico disco dei blind faith. già, non può esistere una nazione grande come cina india usa e russia insieme. così è stato, e io qualche tempo dopo vado a casa di mia cugina che mi dice che l'elettricista del paese smette di vendere i dischi e se vuoi li compriamo in blocco. io mi porto a casa la scatola felice (tra gli altri c'erano dentro l'album triplo di woodstock e il doppio electric ladyland di jimi hendrix) e ci trovo questo disco che voleva dire fede cieca ma dalla copertina lasciava trasparire tutt'altro. una bambina nuda, le tettine appena accennate, che teneva in mano un aeroplanino metallico di forma decisamente fallica. lo metto sul piatto e lo ascolto. lo giro e lo ascolto. poi lo giro ancora. e ancora. non finisco più di ascoltarlo. avrò avuto sì e no tredici anni, ero agli inizi della scoperta della musica, quella vera. non i quarantacinque giri dello zecchino d'oro suonati sul mangiadischi arancione irradiette, ma i trentatré giri, la musica vera da ascoltare allo stereo pioneer regalato per l'esame di terza media. sì, era il settanta o giù di lì e quel disco mi cambiò. non fu un gran successo, anche grazie alla copertina che in america e in italia fu censurata (forse l'elettricista del paese comprava d'importazione). il successo lo ebbe dopo, quando il complesso si era sciolto e i singoli componenti facevano altra grande musica, ma altrove, con altri gruppi. sui blind faith ancora oggi le opinioni si dividono. alcuni dicono blues, altri rock, tutti concordano sul fatto che è stata grande musica. ecco, su quello concordo anch'io, è davvero un gran disco, anche oggi. a proposito di oggi, ormai da più di vent'anni il signor peter edward "ginger" backer,  il batterista dinoccolato e segaligno dei blind faith e anche dei cream, quello che suonava il rock come fosse stato jazz, che suonava con fela kuti quando nessuno sapeva chi fosse, vive dalle mie parti, verso san casciano mi pare. io ho avuto modo di ascoltare un paio di suoi concerti, quando li faceva alle feste dell'unità (quelle vere). due ore di batteria assolo, roba da far impazzire chiunque, eppure io ero felice, davvero. si raccontava che nella grande colonica in collina vivessero lui e la moglie e i cani, e quando dall'inghilterra veniva a trovarli la suocera, lui le piantava una tenda nell'aia antistante e la faceva dormire lì. la suocera sarà comunque morta (forse di reumatismi) come forse anche jimmy miller, il patron della polydor, che poi è diventata polygram, quello che guardava il disco con aria interrogativa. sarei curioso di sapere che fine ha fatto la bambinetta della copertina, forse oggi è una corpulenta signora anglosassone che si vergogna di tutta questa storia e che non vuol far sapere nulla ai figli. ma mi piace pensare che dalle mie parti ancora vive un vecchio batterista, un tipo asciutto, segaligno, burbero, che un giorno fece un disco insieme a degli amici e da quel giorno la musica cambiò. altri tempi soci miei, altri tempi.
chiunque voglia tre minuti e quarantaquattro secondi di felicità pigi qui.
statemi bene.


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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 12:07
mercoledì, 23 luglio 2008

Mi piace la definizione del wikipizionario, secondo cui la percezione è l'attribuzione spontanea di caratteristiche di realtà al mondo fenomenico, attraverso l’elaborazione e l’organizzazione mentale dei dati sensoriali. Intanto mi rallegro del fatto che percepisco ancora, che nonostante attorno a me veda un universo confuso e che sembra ignorarmi, mi sforzi di attribuirgli schemi e significati. Quello che mi piace, nell'aver conservato da capacità di percepire, è che questa capacità può essere dominata benissimo sia dall'universo sensoriale-emozionale, sia da quello razionale. Ad esempio dopo aver ascoltato dalla televisione il racconto di decine di stupri avvenuti recentemente, la mia percezione dei fatti potrebbe far sì che mi chiuda definitivamente in casa, oppure che continui tranquillamente ad uscire la sera, usando opportuni accorgimenti a seconda del luogo dove intendo dirigermi e della compagnia che avrò o non avrò. Nel primo caso ho lasciato dominare la sensorialità, nel secondo la razionalità. Poi ovviamente le cose nella realtà sono più complicate. Perchè magari esco al tramonto a fare jogging, dopo aver scelto un parco abbastanza frequentato e tenendo il cellulare per emergenze a portata di mano, poi intravedo appena con la coda dell'occhio un tipo solitario con l'impermeabile beige in un angolo e vado in panico, grazie all'immaginario collettivo a riguardo dell'uomo con l'impermeabile...

Questo appena fatto è un esempio banale, credo però riconoscibile e facilmente applicabile a molti di noi. La percezione però è qualcosa di bellissimo, se guardiamo ad altri aspetti. Tramite le nostre percezioni, possiamo accorgerci dai gesti minimi di una persona le sue difficoltà, i suoi problemi che fatica a comunicare. In questo caso la percezione non serve a costruirci un film sulla vita altrui, ma a renderci più pronti al sorriso, ad offrire una mano, a proporre un dialogo. Oppure possiamo percepire le altrui difficoltà in anticipo, in modo tale da darcela a gambe prima che ci arrivi una richiesta d'aiuto...anche questa è una percezione che trova la sua utilità, d'altronde.

Bianca 

  

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categoria : bianca, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 10:59
mercoledì, 23 luglio 2008

ciao soci di penna, scusate il ritardo, ma onestamente son tempi duri per i raccontini del venerdì, il contrattempo incorre spesso e volentieri, e poi non mi garba scrivere io due post a fila, sennò sembra che questo blog sia egemonizzato da uno logorroico con due soci che, meschini, subiscono passivamente. specie ora che ho chiuso (mi ci son chiuso dentro, per l'esattezza) il mio, potrebbe sembrare che voglia trasferire qui tutte le mie carabattole mentali. no, io sto ancora volentieri a casina mia, anzi, ora che ci sto da me faccio ancora più casino con le parole, se ciò fosse possibile. quindi, abbiate pazienza se mi trovate un po' inselvatichito, ma ho perso anche quel poco di urbanità che avevo. comunque qui ci vengo sempre volentieri, a leggervi soprattutto, anche se ultimamente siamo un po' tutti assenteisti. o almeno sembra a me. sarà che si avvicinano le vacanze, ma ho l'impressione di un certo allentamento estivo. si sente un ritmo lasco nello scrivere sui blogs in generale. non lo so, è una mia percezione. percezione, bella parola. ecco, oggi va di moda percepire, anche troppo. tutti noi percepiamo, la percezione è la roba più bella che uno ha. tipo il vento di questi giorni, che struscia la pelle, la rende liscia, la asciuga dal sudore e sembra primavera. ecco, uno percepisce primavera, anche se è estate. ecco, percepire è sentire, ascoltare, esserci, vivere le cose che accadono. c'é nulla di più bello? il problema riguarda la percezione indotta. la percezione indotta nasce da lontano. quando d'estate la sera la mamma ha freddo, il bimbo che gioca è sudato fradicio ma non c'è cristo che possa evitargli il golfino che la madre gli porge. il bimbo ribolle, marcisce, si squaglia nel golfino ma la mamma è contenta. ci siamo passati tutti dalla percezione indotta. ecco, oggi è tornata di moda. piglia le temperature. alla tivù ti dicono che fanno trentadue gradi, ma siccome c'é un umido della madonna la temperatura percepita è di trentasei gradi. insomma, se non boccheggi come un cavedano nell'acqua bassa non sei normale. esci, non sudi, pensi al tiggì e ti senti scemo. mai una volta che un giornalista ti dica che se fanno trentadue gradi e c'é il ponentino a farti respirare, potresti anche percepirne ventotto e godere. il giornalista è come la mamma, si preoccupa del tuo benessere e, come la mamma, per darti il benessere previene ogni tuo impossibile, improbabile, remoto quanto incredibile malessere. ecco, lì nasce la percezione indotta. per evitare un caso di bronchite infantile ogni sedicimila bambini, i suddetti sedicimila giocano il venti di luglio vestiti da piccoli pompieri, con tanto di tuta ignifuga e respiratore. perché le mamme, come i giornalisti, hanno bisogno di saperti protetto, riparato, al sicuro. giusto, anche la sicurezza può avere una percezione indotta. torniamo ai tiggì. stupri di gruppo, accoltellamenti, droga a fiumi dappertutto, facce torve, straniere, pelli scure, foto segnaletiche che sembrano prese da un telefilm americano. ti guardi intorno e tremi. eppure vivi tranquillo nel tuo paesino, non succede nulla, tutti ti sorridono, ti salutano. ti senti sicuro, in sostanza lo sei. dopo un anno di tiggì non sorridi più a nessuno, ti giri intorno guardingo, torni a casa, metti le inferriate dappertutto, anche alla mansarda al terzo piano, allarme volumetrico e perimetrale collegato con guardie giurate carabinieri polizia ministero degli interni e quartier generale delle forze nato. ti compri un rottweiler da sessanta chili, salvo poi abbatterlo con uno dei tre fucili semiautomatici da sessanta colpi al minuto che ti fanno dormir tranquillo la notte, solo perché lui ti voleva sbranare e tu non potevi scappare dalle inferriate della prigione che è diventata casa tua. ecco, questa è la percezione indotta della sicurezza oggi. questa è la sicurezza percepita spicciola, sfusa, poi c'é quella confezionata. sì, il famoso pacchetto sicurezza, che non capisco il diminutivo visto che dentro ci hanno messo tutto, compresa la sicurezza del primo ministro che voleva star sicuro che nessuno gli rompesse le palle fino a fine mandato. la sicurezza ce la incartano nel cellophane colorato, tutto lucente e abbagliante, forse per non farci capire cosa c'é dentro. ecco, la differenza. percepire non è capire, percepire non è conoscere, percepire non è sapere. cazzo, hanno rovinato la più bella parola del vocabolario. ce l'hanno venduta come parola pesante, definitiva, di sostanza e gli hanno tolto quella funzione leggiadra, effimera ma meravigliosa che aveva un tempo. oggi i problemi vanno risolti non quando ci sono, ma quando li percepisci. come se non bastassero quelli che ci sono davvero e a cui nessuno pensa. infatti a me fa lo stesso effetto di quando si era piccini e alla mi' mamma gli faceva freddo. sto sudando copiosamente. ma forse la mia è solo una una percezione.
statemi bene soci di penna.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 14:19
martedì, 22 luglio 2008

Buongiorno all'Italia dei faccendieri, a quella dei turisti del week end, all'Italia pulita che oggi ci spacciano per Napoli, a quella punita da un signore in verde di nome Bossi che vuole il federalismo ma senza inni e bandiere, all'Italia dei pizzaioli e dei gelatai, a quelli che la Fiat è mia e tu non sei un cazzo, all'Italia dei preti rock e di quelli che pregano dentro un eremo, ai manager che dicono "mi ci hanno chiamato", buongiorno alla Sanità Abruzzese e ai medici del Bambin Gesù, buongiorno a tre alpinisti che non avevano proprio un cazzo da fare che salire su una montagna di 7000 metri mentre con 60 euro potevano andare a Bellaria in pensione completa, buongiorno alle Marche, anche quelle da bollo, e alle Marchette o Markette che dir si voglia. Buongiorno al penultimo libro di Andrea De Carlo che sto leggendo e che mi sta pure piacendo, buongiorno a quello stronzo che vende pasticche ad un rave e buongiorno pure a chi le compra e muore ma a questi ultimi mi sembra inutile dire buongiorno tanto è lo stesso. Buongiorno all'adeguamento carburante di 120 euro che mi ha chiesto la mia agenzia di viaggio per andare a Palma di Maiorca e buongiorno a chi vende sottocosto biciclette fantascientifiche. Buongiorno all'Italia delle piscine, dei centri estivi, delle bocce, delle tette, dei condizionatori, di chi si lascia condizionare, di chi parte a condizione che, di trattative per liberare la Betancourt e di altre per restituire due corpi Israeliani dentro una bara. Buongiorno a Gianfranco Funari che fuma su una nuvola e a Karadzic beccato su un autobus a Belgrado che andava a fare la spesa dal suo fruttivendolo bosniaco. Buongiorno ai tatuaggi di uomini e donne che forse un giorno saranno dei nonni e ti faranno una tristezza infinita quando saranno in spiaggia fra trent'anni con quei disegni sulle pance decadenti o sulla pelle avvizzita. Buongiorno alle sagre di paese, alle gite in barca e al cocomero fresco ma meglio alle pesche gialle macerate in un vino di Macerata ad esempio un Pecorino o una Passerina e qui viriamo verso un linguaggio osceno. Buongiorno infine alla mia tracheite e a questa fottutissima aria condizionata.  Buongiorno a voi, gente. Che possa davvero essere un buon giorno.

giadim

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postato da LaPo alle ore 12:16
venerdì, 11 luglio 2008

ciao soci di penna, oggi ho voglia di raccontarvi una storia vera, una roba successa di recente vicino a casa mia, a firenze. non lo conosco il nome, ma la voglio chiamare makiko, forse perché è l'unico nome giapponese che so. per i giapponesi firenze è un mito, è il punto d'arrivo, il massimo del desiderio, il centro del mondo. non c'è giapponese che non aneli di farci una vacanza, e appena può ci viene. forse se ci vivessero cambierebbero idea, ma insomma è così. risparmiano una vita e poi partono. sì, anche roma, napoli, pisa, milano, ma prima firenze, sempre. così anche le università, se possono organizzano visite guidate a firenze, come a noi ci portavano a san marino. anche makiko a febbraio ci è venuta, insieme alle compagne di collegio e ai professori. ha diciannove anni, una bambina quasi, visitano il duomo, il cupolone del brunelleschi. makiko si ferma e con un pennarello lascia una piccola traccia. un niente, una firma e una data, tra le migliaia che impestano i marmi fiorentini. le sue amiche la filmano col telefonino. tornati a gifu in giappone, dove makiko vive e studia, non so come il filmino finisce sul web, lei viene riconosciuta, il caso finisce sui media locali e nazionali. i giapponesi adorano firenze, la amano più dei fiorentini, e questa moda di lasciare la firma sui monumenti per loro è un sacrilegio. non si scherza su certe cose, un insegnante che firmò un monumento fiorentino fu licenziato, altri studenti sospesi. makiko viene chiamata dal rettore del collegio, sospesa, redarguita, punita. poi, poco tempo fa, il colpo di scena. a firenze arrivano makiko, una psicologa e un insegnante dell'università, forse il rettore, non ricordo bene. chiedono di essere ricevuti in comune, in una cerimonia pubblica. è una specie di conferenza stampa, c'è l'assessore giani del comune e la presidente dell'opera del duomo. si accendono le telecamere, partono i flash, makiko singhiozzante si alza e parla. chiede scusa a firenze, dice che si vergogna di quello che ha fatto, che è tornata apposta a sue spese per ottenere il perdono di firenze e offre i suoi risparmi, seicento euro, per ripagare anche parzialmente il danno. mentre parla piange e si inchina col capo, come fanno i giapponesi contriti. cazzo, è tenerissima, una quasi bambina che chiede scusa ad una città, mette a disposizione i suoi risparmi, affronta un viaggio lunghissimo per rimediare ad un piccolo danno, di quelli che ne vedi a migliaia. l'assessore è imbarazzato, forse pensa allo stadio di firenze che tutte le domeniche i fiorentini lo disfano e al comune gli tocca rifarlo per la settimana dopo, ma soprattutto pensa a quanto amore per il bello ha spinto una ragazzina, una facoltà, una città e un popolo a tornare lì per chiedere scusa. tocca a lui adesso, a parlare. ringrazia del gesto, accetta le scuse. la presidente accetta la somma, non certo per rimborsare il danno, ma come riconoscimento al gesto. adesso makiko si siede accanto alla sua psicologa, il viso basso, non piange più. la conferenza è finita, i giornalisti si avvicinano al professore giapponese. lui è serio, parla poco, ma quel che dice è, se possibile, ancora più destabilizzante delle parole di makiko. non ricordo esattamente le parole, ma il concetto è il seguente. anche noi insegnanti ci scusiamo, e promettiamo di porre più attenzione nell'insegnare ai nostri studenti i valori del rispetto e dell'amore per l'arte. finisce di parlare, serio, fa un inchino col capo e se ne va. i giornalisti si guardano tra loro. mai quei microfoni, abituati a politici locali e nazionali, avevano captato una assunzione di responsabilità più onesta, sincera e sintetica. quelle telecamere abituate alle scuse, alla demagogia, ai giochetti mistificatori, ai discorsi in politichese, registrarono quelle poche ma preziose parole e le consegnarono distratte agli organi d'informazione. non credo che tutta 'sta roba abbia suscitato niente di più di un sorriso nei fiorentini, impegnati ora nel calcio mercato e nelle vicissitudini polemiche dei cantieri della tramvia. questa è la storia di makiko, piccola giapponesina che lasciò una firma sul duomo, soci di penna carissimi, una storia vera, a parte il nome inventato. la pioggia laverà la scritta, resterà una macchia sbiadita sul marmo del brunelleschi, i seicento euro forse verranno spesi in una cena di rappresentanza all'enoteca pinchiorri, le lacrime di makiko saranno evaporate nell'aria condizionata di palazzo vecchio. lei adesso è in giappone, le auguro di crescere e dimenticare il fatto. come spero invece che a firenze ci si ricordi di lei e della traccia che ha lasciato. e non parlo del pennarello.
statemi bene.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 14:00
mercoledì, 09 luglio 2008

Lapo ci ha fatto ascoltare perplessi il tic-tac dell'orologio che indossiamo al polso e meditare sulla democrazia, come fosse uno strumento. Oggi invece ho letto una frase pronunciata da Moni Ovadia e non riesco a togliermela dalla testa: "Se lasci lo strumento per un giorno, lui ti lascia per una settimana". Questa frase, il buon Ovadia l'ha utilizzata per la democrazia, strumento che ti abbandona  quando sei te stesso ad accantonarla per primo. Ecco, queste 13 parole forse non dicono molto alla maggior parte di voi, ma dicono tantissimo a coloro che la musica la fanno, o che per un certo periodo della loro esistenza l'hanno frequentata con una certa assiduità. Lo studio di uno strumento richiede una sua frequentazione assidua, ininterrotta. Qualcuno potrebbe dire: come un rapporto d'amore. Invece no. Lo strumento chiede di più. Ci si può innamorare e poi perdersi, per le mille avventure del destino, quindi ritrovarsi. Se l'amore c'era, non ci vorrà molto tempo a riaccendersi, anche dopo molto tempo. Lo strumento no, è qualcosa nelle nostre mani, non dotato di coscienza propria. Lo strumento funziona solo nelle nostre mani e se non abbiamo una frequentazione quotidiana con questo, le cose non funzionano. Certo possiamo riprendere in mano uno strumento dopo anni, scoprire con meraviglia che le nostre mani ricordano l'usata e antica frequentazione, ma non sarà mai subito come prima, come se il tempo non fosse passato. Eppure quanti di noi, ben consci di tutto questo, sono stati suonatori pigri, svogliati, hanno abbandonato per giorni lo strumento per poi ributtarglisi addosso con le mani frolle?! Esattamente quanti oggi pensano che si possa aspettare, l'autunno o chissà cosa, andare al mare e pensare al riposo, senza lasciar indugiare lo sguardo su quel che accade sopra le nostre teste, senza considerare che l'affermazione che la legge non può essere uguale per tutti è il primo allontanamento dallo strumento democrazia. Siamo il Paese dei liutai più bravi al mondo, la democrazia e l'unità nazionale sono motivi di altrettanto vanto, perchè abbandonarli, anche solo per un giorno?

Bianca

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categoria : bianca, cartoline illustrate

postato da LaPo alle ore 16:31
martedì, 08 luglio 2008

ciao soci di penna. ci pensavo l'altro giorno. la democrazia. strana parola. deriva dal greco, come quasi tutte le belle parole. orea malià in greco vuol dire bei capelli. senti come suona? orea malià. è il nome di un gruppo di parrucchieri bolognesi, ma questa è un'altra storia, per me è un bel suono con un bel significato. che dicevo? ah, sì, democrazia. l'hanno inventata i greci. dèmos vuol dire popolo, cràtos vuol dire potere. suonerebbe tipo potere del popolo. che i greci fossero comunisti? no, mi sembra strano. loro partivano da una roba più arcaica forse, più semplice all'apparenza, ma molto raffinata. la democrazia è la coesistenza. esistere insieme. farlo al meglio. per far questo nessuno deve soffrire delle decisioni prese. è un esercizio di equilibrio la democrazia, un gioco di pesi e contrappesi, aste e bilancieri, pendoli e oscillazioni che alla fine ne fanno un orologio molto complicato, come quelli che ti raccontano che ore sono, che giorno è, di che mese, in che anno e poi anche le fasi lunari le stagioni gli equinozi i solstizi e la riserva di carica, che sarebbe a dire tra quanto tempo si ferma l'orologio se non gli dai una bella girata alla corona. ecco, a me oggi sembra che il nostro grande orologio democratico, quel "grand complication" col quadrante pieno di tourbillon e indicatori e sfere scintillanti che abbiamo costruito si stia per fermare. già, la lancetta della carica è in fondo. forse perché abbiamo adeguato l'orologio ai tempi d'oggi. doveva andar veloce, decidere in fretta, il mondo stava cambiando. tutti i contrappesi che garantivano le minoranze erano freni, rallentamenti, ostacoli. siamo arrivati a praticare il contrario, abbiamo inventato il "premio di maggioranza", con la scusa della governabilità (velocità decisionale) la nuova regola poneva la minoranza al lumicino, quasi inutile, un orpello senza funzione all'interno dell'orologio. mettiamola così, abbiamo inventato la democrazia da corsa. veloce, decisionista, incurante delle minoranze, insensibile ai bisogni, dove la maggioranza, o chi la rappresenta, ha un potere quasi assoluto sulla nazione. eppure si era partiti bene. la maggioranza è solo la maggioranza, non è detto che sia la ragione, la verità, la giustizia. la minoranza deve aver voce, essere ascoltata, prendere parte alle decisioni. all'interno dello stato ci devono essere più poteri, indipendenti tra loro, che garantiscano la pluralità delle voci, delle funzioni, delle decisioni che riguardano la vita della gente. oggi si vede il potere esecutivo che controlla a colpi di decreti legge il potere legislativo, e che tenta di annullare l'indipendenza, o peggio la capacità del potere giudiziario. l'orologio democratico è una formula uno adesso, pronta a bruciare energia, consumare gli organi interni, sbiellare, fondersi nello sforzo pur di arrivare prima nella competizione internazionale. altro che il buon vecchio cipollone di una volta. lo tiravi fuori dal taschino e lo portavi all'orecchio, mica per sapere se andava, solo per sentire quel tic tac piacevole, rassicurante, confortante, democratico appunto. poi guardavi l'ora, gli davi una bella carica col pollice e l'indice e lo rimettevi in tasca. sapevi che ore sono, e lo avresti sempre saputo. non lo so se il paragone funziona, ma per me oggi nessuno sa più che ore sono, e neppure dove sta andando l'orologio, né quando si fermerà. una cosa è certa, se non si rimettono le lancette e gli indici, il bilanciere, lo scappamento e i rubini al loro giusto posto, meglio se questo orologio non si chiama più democrazia. a proposito, lo sapevate che, mentre la democrazia indiretta è tanto di moda, la svizzera è l'unica democrazia diretta del pianeta? loro sì che se ne intendono di orologi. mica i greci. loro manco ce li avevano gli orologi. ecco, ora vorrei finire con una frase trovata su wikipedia, cercando la parola "democrazia". la scrisse un grande poeta americano, forse il più grande, un secolo fa, quando ancora tutto al mondo era da inventare, da scrivere, da decidere, da fare. leggerla oggi, dove tutto sembra già stato inventato, deciso, scritto, fatto, a me da molto sollievo, e spero anche a voi soci miei.

"Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia.
Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue.
È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto.


 Walt Whitman

statemi bene.


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categoria : invettive, lapo

postato da malaparata alle ore 15:56
martedì, 08 luglio 2008

Svariati motivi mi impediscono di essere oggi in Piazza Navona, ma spero che almeno il socio Giadim mantenga la sua promessa di sostituirmi nella presenza in piazza. L'ultimo importante evento dei girotondi è stata quella "festa di protesta" del 14 settembre 2002, a cui hanno partecipato 500000 persone in piazza San Giovanni. Io c'ero ed è stata la più bella e sentita protesta a cui abbia mai partecipato, ho avuto la sensazione che tante persone diversissime fra loro avessero ben presente l'importanza della questione giustizia e per questo erano scese in piazza.  Oggi è davvero il caso di tornare a protestare. La frase "la legge è uguale per tutti" non deve poter essere considerata un optional. Per questo si scende in piazza, non fossilizziamoci in sterili polemiche. Per prima cosa, Grillo ha portato ben poco di costruttivo al dibattito in corso nel nostro Paese. Il suo attacco a Napolitano è ingenuo quanto sterile. Seconda cosa, sbaglia Walter a condannare il linguaggio di Di Pietro. Berlusconi che promuove presso l'azienda statale chiamata RAI ragazze compiacenti e di nessun altra qualità, se non estetica, adempie al ruolo di magnaccia. Il termine quanto meno mi sembra appropriato. Walter sbaglia anche a non approvare questa protesta: la gente scende in piazza se si demolisce la giustizia, mi sembra un motivo più che sufficiente a giustificare una mobilitazione.

Non ci sarò fisicamente, ma il mio pensiero è lì. Se siete nei paraggi, perchè non andate a vedere che aria tira?

Bianca

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categoria : invettive, bianca, cartoline illustrate

postato da malaparata alle ore 23:02
mercoledì, 02 luglio 2008

Una trasferta come le altre. Questo mi piacerebbe dire. Una città vale l'altra, i soliti riti, l'arrivo in albergo, l'esplorazione di quei pochi metri quadri, il bagno con tutti gli accessori, una doccia veloce, un giro per vedere quanto dista l'albergo dalla Banca dove terrò la lezione, la scelta del posto dove andare a cenare quasi sempre da solo, un giro veloce per osservare la città di notte, qualche volta un cinemino e poi a nanna, pronto per l'ennesima giornata di cose da dire più che da fare. Ho girato l'Italia in lungo e in largo ma fino a questo momento per uno strano caso del destino non ero mai stato a Salerno. L'avevo sempre schivata. Eppure lì ci ho fatto l'Università, il militare, ho ancora diversi amici, ma soprattutto a Salerno ho fatto il mio primo colloquio per essere assunto in Banca proprio nella sede dove il 4 terrò una lezione. Può sembrare una cosa da niente ma per me è ricca di significati, non mi lascia indifferente ecco. So già che poi tutto andrà bene e che l'aula avrà la forza e la pazienza di ascoltarmi ma il luogo è particolare, inutile nasconderlo. Lo dirò anche, cercherò di dimostrarlo a parole e sarà come un amarcord dolce e amaro, come la vita che accade. Salerno che non dorme mai e pullula di vita e di locali, Salerno con le caserme dell'Esercito in mezzo alla città, con uno Stadio che affaccia sul mare e che non capisco per quale motivo lì non ci hanno fatto l'Università che invece sta quasi più vicino ad Avellino, Salerno che quando facevo un esame all'Università per scaramanzia facevo sempre colazione allo stesso bar e prendevo sempre le stesse cose, Salerno e la mensa dell'Università dove alla cassa dicevi 500 e acqua e mangiavi discretamente, Salerno e Radio Bussola 24 dove facevo un programma appena uscivo dalla caserma e mi dicevano bravo, Salerno e gli allenementi della Salernitana allo stadio Vestuti a due passi dalla mia prima casa, Salerno e la costiera amalfitana a due passi, Salerno e tentativi abbozzati di amori consumati più in fretta di un ghiacciolo a ferragosto. Salerno ordinata e pulita. Salerno, domani sera arrivo, spero ti ricorderai di me.

giadim
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categoria : giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 15:22
mercoledì, 02 luglio 2008

ciao soci di penna. lo so, questo non è il raccontino del venerdì, per diversi motivi. il primo è che oggi è mercoledì, il secondo è che questo non è un raccontino. son già sufficienti questi ma ce ne sono altri credo, che al momento mi sfuggono, forse perché ho un po' di confusione in testa. sarà il caldo, oppure il fatto che io stasera parto. vado al mare con la principessa, ma solo domani e venerdì, ché sabato torno. non ho voglia di vedere migliaia di tonnellate di carne umana e crema solare spalmate sulla sabbia cocente tra sabato e domenica. sì, amici miei, sono un po' alterato, usando un eufemismo, un po' per certi cavoli miei che non mi garbano, un po' per quelli che potremmo chiamare cavoli generali. sui cavoli miei sorvolo, non perché son cavoli, ma più che altro perché sono miei. vi basti sapere che non mi garba prendere decisioni, cambiare, essere obbligato a scegliere. invece ogni tanto ti tocca farlo, interrompere quella cosa bella che succede a tutti, l'abitudine. l'abitudine non è una cosa statica, anzi. se uno la vede distesa nel tempo, spalmata nei giorni che si susseguono, l'abitudine non è mai uguale, si evolve, si perfeziona, si solidifica, si fortifica, se vuoi si educa. come un bambino che cresce. giadim, piglia tuo figlio, lo vedi tutti i giorni, ti sembra lo stesso di ieri, invece no, sta cambiando. solo se guardi una foto dell'anno scorso ti rendi conto. così la vita. non è fatalismo soci miei, o almeno non solo quello. è una visione dinamica delle poche certezze che uno ha dentro, che vengono da una selezione naturale avvenuta negli anni, scaturita da esperienze, educazione, indole, carattere. e poi lo sapete, sono autistico in certe mie cose, mi garba inventarmi regole e rispettarle. come in natura, che si viene dalle scimmie ma se guardi i genitori non lo capisci. chiamiamola evoluzione statica e non se ne parla più. aspetta, mi son perso. che dicevo? ah, sì, i cavoli. meglio parlare di quelli generali. che un po' riguardano anche voi soci miei. guardiamo come vanno le cose. male, le cose vanno male. a me sembra un mondo di matti questo. l'altro giorno a casa mia (che ho chiuso  a tutti e ci sto da solo a scrivere, e questo è giusto  uno dei cavoli miei) scrivevo una frase: la politica e il codazzo di giornalisti che la seguono. sembrano inquilini di un condominio che, mentre il palazzo va a fuoco, cercano di nascondere la cenere sotto lo zerbino dell'ingresso. ecco, il paragone mi pare azzeccato. siamo noi che facciamo fuori le puttane rumene ma son loro che devono andarsene. forse lo fanno per la loro incolumità? enel e sharp produrranno pannelli solari per l'esportazione e nel paese del sole l'energia solare prodotta è un decimo di quella di un qualsiasi paese nordico (e fatemi dire, visto che c'ero in vacanza l'anno scorso, che al nord il nostro sole se lo sognano). stiamo progettando centrali nucleari che saranno finite quando il combustibile nucleare forse sarà esaurito, oppure costerà dieci volte oggi, e giustamente non stiamo neppure ipotizzando dove mettere le scorie. giusto, con le discariche abbiamo evidentemente un problema congenito, oppure non ce ne frega nulla. e poi la guerra che chiamano pace, la mistificazione sul terrorismo, i rom, la politica che vuole uccidere la giustizia, le schedature razziali, i cretini al governo, quelli all'opposizione, insomma, è un casino. se poi ci metti gli scandali, il calcio, le veline, la tivù, il gossip e tutte le stronzate di cui si campa oggi, il quadro è completo. ci pensavo quando ero a marsa alam, in egitto. ci portarono in barca, a sud, vicino al sudan.  c'era una specie di diga di pietre che irrompeva nel mare, con in fondo le barche ancorate per portarci sulla barriera corallina. c'erano bambini magri, sudici, malvestiti. ci guardavano seri, duri. noi avevamo i cestini col pranzo dell'albergo, sapendo che in barca si mangiavano altre cose ci mettemmo a regalarli. fu una ressa violenta, aggressiva, dolorosa quasi. mentre eravamo in barca ci pensavo. cresceranno e vedranno come siamo stupidi, egoisti, inutili, anzi, dannosi. verranno e ci taglieranno la gola. lo faranno appena potranno, e forse avranno ragione. finché noi non daremo importanza a loro, loro faranno bene a non darci importanza. in fondo la diversità l'abbiamo inventata noi, non possiamo lamentarci se poi loro la metteranno in pratica. poi però mi viene da pensare anche il contrario. che bisogna reagire, che la diversità è anche bella, se la metti insieme alla curiosità. che il mondo è anche giovane, fatto di cambiamenti positivi, generazioni che nascono, piene di speranze, a cui trasmettere la poca roba buona che ci rimane. che di buono ce n'é ancora, tra gli scandali e i potenti intoccabili e immarcescibili. sì, credo ancora che la gente sia buona, che non siano tutti matti, che l'educazione anche se non va di moda è dura a morire. io ci credo. vedo gente che si aiuta, che rispetta i vecchi e vuol bene ai bambini, che spera onestamente che le cose cambino. ecco, voglio stare tra questa gente. come questa lettera scritta da un vecchio signore molto arguto in occasione della manifestazione dell'otto luglio prossimo a roma:

Cari Amici,
mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:

1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.

2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Umberto Eco

oppure come questo altro esempio, un altro anziano signore che si è sempre divertito, anche quando le cose andavano parecchio male, e dal quale voglio imparare ad essere migliore. un campione d'intelligenza, ironia, senso civico e caparbietà per tutti.



come vedete c'è ancora gente meravigliosa al mondo. mai smettere di sorridere, di sognare, di sperare, mai. ora basta, non ho più voglia di scrivere, voglio finir le cose che devo, caricare la macchina di tende, sacchi a pelo, materassini gonfiabili, maschere e pinne, seggioline e tavolini pieghevoli, moglie, nipote grosso e musica e raggiungere gli amici in val di cornia. domani mi aspetta un asado argentino con chimichùrri, una birra fresca, il mare e un po' di cazzi miei (spero che siano migliori dei cavoli di cui sopra, anzi, volendo forzare, forse i cazzi son più dolci dei cavoli). ma state tranquilli soci miei, vi penserò e sarà piacevole farlo. baci equi e solidali.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da LaPo alle ore 15:26
venerdì, 27 giugno 2008

non è il problema del raccontino, bene o male qualcosa mi viene, il problema è il venerdì. potevo chiamarlo il raccontino del lunedì, che forse il tempo uno lo trovava meglio che in fondo alla settimana con mille cose da fare. vabbe', come dice la donna che mi frequenta da molti anni, meglio di niente marito vecchio.

non so se devo farci l'abitudine. mi guardo in giro, tutto mi sembra differente. ma è uguale a ieri, qui è sempre uguale. son gli occhi diversi, sicuramente. come sentirsi straniera dove nasci. un esotismo che non conosci. girare i tuoi posti e far finta di essere una giovane turista appena arrivata. le mie scarpe non riconoscono il terreno, incedono incerte, attente, feline direi. non la capisco questa cosa, mi meraviglia e mi ci fa rimanere male. è caldo, ma oggi non da noia. almeno non a me. come una turista appunto. di quelle col cappellino che nella canicola si guardano in giro estasiate mentre tutti sudano e scappano all'ombra. loro no, girano sotto il sole che picchia, fresche come roselline di maggio. sì, ho quest'impressione, freschezza, inattaccabilità, distanza. ecco, è la distanza che mi imbarazza un po'. giro per il paese, entro nelle botteghe. la gente è quella di tutti i sabati, mi saluta, ciao come stai, tuo marito eccetera. io rispondo, apparentemente uguale, la stessa di sempre. è dentro che cambia qualcosa, e si riflette fuori. un'aura che produco, percepisco ma non mi spiego. sento che mi protegge, mi isola, mi trasforma la prospettiva, il movimento. uno slow motion nel quale mi muovo a velocità normale ma del quale percepisco mille particolari che solo ieri perdevo nella dinamica del quotidiano. sì, ecco, una percezione dilatata, dove il dettaglio esce fuori ad altissima definizione, e tutte le immagini, le informazioni sono visibili, scolpite, assolute. forse non è distanza, è un'altra cosa. una forma strana di isolamento, di solitudine forse. ma non mi sento sola. no, so che non lo sono, solo che devo farci l'abitudine. tutto questo solo perché aspetto un bambino.

il vantaggio è che se manca il tempo per scrivere il raccontino viene corto, a beneficio del lettore. statemi bene soci di penna.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 11:53
giovedì, 26 giugno 2008


La notizia è che sono ancora vivo. Come un martire porto i segni addosso ma non è di stimmate che parliamo ma di residui di varicella, sono leopardato come un vestito di Cavalli, come le scarpe a punta di Bianca, come il perizoma di Lapo (non l'ho mai visto ma nelle colline del Chianti giurano di averlo adocchiato). Ma passerà anche questa e mi ritufferò nel clima lavorativo con mia grande gioia. Avete capito bene, gioia. Perchè stare due settimane senza fare praticamente nulla stanca ed io non sono abituato a certi climi da relax. Io non devo pigliare pace, ce l'ho nel mio DNA. Certo, ne ho approfittato per sistemare carte, appunti, ho lavorato un po' al romanzo, sono andato all'ufficio postale e da due giorni sto anche andando in piscina nelle ore più calde della giornata. Qui a Roma si schiatta, letteralmente e la cosa vi assicuro non è affatto piacevole. E' in questi momenti che mi assale forte la nostalgia del mare che però è diversa dalla vostra. Per me il mare non significa vacanza ma la normalità. Sono nato e cresciuto a due metri dal mare ed è la prima cosa che ho visto per 30 anni non appena aprivo gli occhi la mattina. Qui a Roma è diverso, tutto fagocitante. Sia chiaro, mi sono abitutato, sono parte integrnate di questo casino. Poi penso a mio figlio, al fatto che dovrà vivere in questa città così complicata e invivibile eppure stramaledattamente affascinante anche se a sprazzi. Non è un pensiero che mi rasserena. Non è mia intenzione propinarvi un giadim versione esistenzialista, neanche ne sono capace credo, ma l'idea a volte di mollare tutto, vendere una normalissima casa pagata quanto la metà della Reggia di Caserta, trasferirsi in un paesotto a due passi dal mare, comprare una casa a due piani e sala hobby  con giardino, 3 biciclette, un maxi scooter, una barca ormeggiata al porto 12 mesi l'anno, lavorare solo per hobby, un po' mi prende e non sono pensieri borghesi. Ci sarebbe l'incognita lavoro, reinventarsi qualche altra cosa ma cosa? Sono solo pensieri che il ventilatore (non il condizionatore) ha già spazzato via. Se fossi nato venti anni fa forse alla mia età sarei un baby pensionato e avrei potuto realizzare forse in parte queste mie aspettative. Poi faccio i conti, dovrò lavorare almeno altri 20 anni a meno che il signor SuperEnalotto nel frattempo si accorga di me e allora poi mi toccherà scrivere un finale diverso.

giadim
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postato da LaPo alle ore 12:17
mercoledì, 25 giugno 2008

si chiamava ennio, ennio iacobucci, e voleva diventare un grande fotografo. la fregatura è dove nasci. se nasci figlio di contadini in un paesino dell'abruzzo puoi finire i rullini sulle pecore, sui monti, sulle pietre, nessuno ti si fila, finisce che tuo padre ti da un colpo di zappa sulla macchina fotografica e ti fa capire che tra l'uno e l'altro attrezzo devi scegliere quello più duro, più pesante ma più sicuro. allora a sedici anni ennio scappa, va a roma. fa la fame, fa il lustrascarpe, insomma, si arrangia. nel sessanta incontra uno della reuters, è la svolta. va a bruxelles e impara il francese, poi a londra e impara l'inglese. poi da londra lo buttano fuori, ma lui sa già il mestiere. nel sessantasette va in palestina. c'é la guerra dei sei giorni, lui fotografa profughi e prigionieri. fotografa la guerra. ecco, ennio ha trovato  il suo mestiere. far sapere la guerra, quella vera, dura, farla capire a chi è lontano, taglia l'arrosto, accende il ventilatore, gioca coi bambini. è bravo ennio, e lo sa. finito il lavoro in palestina quello della reuters lo invita ad andare con lui in vietnam. è il sessantotto, gli americani e i sudvietnamiti se le danno a morte con quelli del nord, i comunisti. ennio se ne sbatte di chi vince o perde, fotografa tutto, civili, morti, prigionieri, battaglie, ospedali, gente che dorme, che piange, pezzi di gente anche. già, lui deve far sapere. le sue foto fanno il giro del mondo. newsweek, paris mathc, time, il new york times. è famoso, mentre è lì sposa una ragazza vietnamita, lo propongono anche per il premio pulitzer, conosce la fallaci. poi la fregatura. se fotografi una guerra stai attento alle pallottole, alle bombe, mica alla propaganda della politica. così lui fotografa una battaglia dove americani e sudvietnamiti le prendono. per loro è una disfatta, ma lui scatta tutto, sviluppa i rullini e li consegna a france press. il servizio è pubblicato, gli usa si incazzano, lui è fuori dal giro. va in laos, in cambogia, fotografa la fine della guerra. nel settantacinque è il solo a fotografare la vittoria dei khmer rossi. ma ormai non piace più a nessuno. già, non puoi raccontare le cose come vanno e farla franca. a qualcuno pesti i piedi, e puoi anche trovarti senza lavoro. finisce la guerra e anche il matrimonio, ennio torna a casa, ma non sa che fare. non ci può vivere in un posto dove se vuoi far le fotografie devi farle agli attori famosi e ubriachi nei bar di via margutta. lui sa scattare il dolore, la tragedia, l'azione, la polvere. quel luccichio notturno son solo i lampioni