postato da malaparata alle ore 15:48
sabato, 20 giugno 2009

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta
nell'evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l'errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di
mancarlo.

Erri De Luca

via Bianca

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categoria : bianca, spicchi di esistenza

postato da malaparata alle ore 10:08
domenica, 31 maggio 2009

In giro vedi gente strana. Esci dal portone del tuo palazzo e incontri un tizio che appena ieri era bardato di tutto punto quasi come se fosse pronto per andare a Cervinia mentre oggi se ne sta in ciabatte, bermuda e una magliettina con la reclame di un'autofficina. Colpa di questo tempo imprevedibile e di sbalzi di temperatura che sembra di stare ai Tropici. Sarà colpa del buco dell'ozono ma dare sempre la colpa a un buco è troppo banale. Dopo che il signore in tenuta da mare mi ha salutato il mio occhio è caduta sulla cassetta della posta. Nessuna bolletta (c'è sicuramente qualcosa che non va) nè tantomeno pubblicità di pizze d'asporto o di finanziarie pronte a darti tutti i soldi di cui hai bisogno. Niente di tutto questo ma solo una rivista imponente, incellofanata, nera con una scritta gialla che secondo me si notava anche a luci spente con evidenziata la parola TUMORI. E' stata lì un paio di giorni e nessuna l'ha presa, nemmeno il proprietario a cui era indirizzata che evidentemente non c'era oppure c'era ma per scaramanzia l'ha lasciata volutamente lì. Fatto sta che stamattina nessuna traccia della rivista. Sento il rumore inconfondibile dello scooter del postino che parcheggia sul marciapiedi. Non lo spegne mai perchè per default il postino è in perenne movimento e il fatto che bussi due volte è una leggenda metropolitana, da noi non bussa mai ma per il semplice fatto che al primo piano c'è una signora che dimora sul balcone come un pappagallo o un canarino e controlla tutti i movimenti in entrata e uscita dal portone del palazzo. E' lei che apre al postino quindi se qualcuno suona al citofono e dice "posta" tutti noi sappiamo che in realtà è qualcuno che ci vuole rifilare delle pubblicità e nessuno apre. Incrocio il postino che sta entrando nel portone del palazzo e mi fa "Ho una rivista per lei". Penso che ora rifilerà anche a me quella rivista con su scritto TUMORI a caratteri cubitali invece tira fuori dalla borsa di cuoio un rivista dell'Associazione Italiana Formatori e posso tirare un sospiro di sollievo. Quasi mi sento felice e vorrei abbracciarlo per esternargli tutta la mia gratitudine per avermi risparmiato la consegna brevi manu della rivista inquietante. "Aspetti" - mi fa. "Mi dica". "Ho anche dell'altro". "Cazzo (ma non glielo dico)". "C'è una bolletta". "Ah, stavo in pensiero".
Vedo che va via con la sigaretta che penzola dalle labbra e mi fa un cenno di saluto. Ricambio il saluto e non mi ricordo dove ho parcheggiato l'auto.

giadim
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categoria : giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 11:38
venerdì, 29 maggio 2009

ciao soci di penna, scusate l'assenza ma c'ho avuto un po' da fare, e questo posto qui mi è mancato parecchio. beh, proviamo a vedere se questo venerdì si riesce a far qualcosa.

è difficile spiegarselo. è un momento che uno l'aspetta. io l'ho aspettato da sedici anni, otto mesi e dieci giorni. domani uscirò di prigione. sarò libero, come tutti. ma ancora non lo capisco, non so immaginarmelo, non so come sarà. ho passato quasi metà della vita qui, e qui non sarà più casa mia. anzi, questo posto sarà l'unico dove non potrò tornare. devo sforzarmi, ricordarmi com'ero prima, recuperare qualche pezzo di me, almeno quelli buoni. ero giovane, neanche ventenne, e vivevo una vita assurda. macchine, droga, armi, donne. la malavita, la chiamavano così. allora non mi sembrava così, era facile, facile spendere, scopare, sparare, uccidere. a vent'anni tutto è facile, leggero, anche girare le spalle a uno riverso sul marciapiede col sangue che gli riempie la camicia e accendersi una sigaretta allontanandosi. questo lo ricordo bene, fu il primo sparo, neanche diciott'anni. poi non ricordo più gran ché, la vita quando è bella la scordi, va via veloce, come andare in macchina. la galera no, la tengo in mente, giorno per giorno. il carcere lo fai tutto a piedi. i primi anni di isolamento, qualche trasferimento, i pochi colloqui, giorni sempre uguali ma che ti segnano, come tacche fatte su un legno. sono entrato ragazzo e esco uomo. ho quasi paura. non certo di dover pagare i vecchi conti. la galera ti pulisce fuori, ma dentro lo sai. i parenti di quelli che hai ammazzato, o anche un ragazzo che vuol farsi vedere, basta poco a morire. già, basta un pischello, come eri tu, quando giravi col ferro in tasca e la voglia di metter paura a tutti. certe cose non cambiano mai, altre forse sì. la vera paura è di sentirmi inadeguato. sono in arretrato con la vita, quella è andata avanti e io son fermo a sedici anni fa. e otto mesi. e dieci giorni.

lo so da me, mi sto arrugginendo, statemi bene soci di penna, un bacio ai bambini.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 11:43
venerdì, 08 maggio 2009

Quando nacque, fu una gran sorpresa per tutti vedere quella bimba. Subito sorridente, sgambettava veloce e quasi al tempo di un’immaginaria sinfonia. Bis Croma era una neonata che amava stare sopra le righe, come su di un sibilante sì, insomma. I suoi genitori provavano invano ad invitarla a stare invece dentro le righe, come se fosse possibile metterla là.
Bis Croma fra le 5 righe di Penta Gramma, piccolo paese in cui era nata, si sentiva molto stretta già da piccolina e questo suo sentimento crebbe sempre di più con l’andare degli anni. Suo padre, Semi Breve, cercava di calmare le aspirazioni di Bis Croma: -Non puoi uscire fuori dalle righe! Guarda che fine hanno fatto quelle note ribelli che sono volute uscire da Penta Gramma: si sono prese chi un taglio in testa e chi un taglio in gola!-. Effettivamente quelle di Semi Breve non erano vane minacce: erano agli occhi di tutti quelle note birichine che, appena uscite da Penta Gramma, si erano viste segnare chi da un taglio in testa e chi da uno in gola. Eppure Bis Croma si annoiava tanto fra quelle righe deserte e poco la consolava la mamma Semi Minima: -Non essere così triste, vedrai che potremmo subire delle simpatiche variazioni. Ora siamo un po’ soli, in questo giro di Do, posto pulito ma deserto, ma magari potremmo spostarci in un altro quartiere, inserirci in un giro di La, così da avere almeno tre Diesis a farci compagnia-.
-         E dove sarebbe questo giro di La? E chi sono questi tre Diesis?- chiese curiosa Bis Croma.
-         Il giro di La è un quartiere ad Est, un quartiere più moderno e frequentato. I Diesis sono tre giovani fratelli che con le loro idee bizzarre hanno stravolto la vita del quartiere, dicono che non sembra nemmeno di essere a Penta Gramma!-.
Questa notizia incuriosì molto Bis Croma, che pensò di proporre al padre se non di trasferirsi, almeno di fare una gita verso il giro di La.
-         Quelli non sono posti raccomandabili, piccola. Lì hanno voluto cambiare i rapporti fra le cose. I toni e i mezzitoni che si usano qui, lì non sono la stessa cosa. Hanno stravolto le fondamentali righe del nostro Penta Gramma- disse autoritario Semi Breve.
-         Ma sono pur sempre dentro Penta Gramma! Il giro di La è solo un altro quartiere, ma vivono sempre dentro le righe, perché li giudichi così severamente?
-         A me non piacciono. Io sono Semi Breve, ricordatelo, ho la calma e la staticità per giudicare. Tu sei una piccola Bis Croma, non ne capisci niente di queste cose!
La piccola Bis Croma, dopo tante discussioni e litigi, finì per scappare e andare nel giro di La. I tre Diesis rendevano la vita più allegra moderando tutti i possibili rapporti fra le note. Non era tutto statico e sempre uguale come nel giro di Do dove era nata! A vedere che le cose potevano cambiare, che i rapporti fra le note potevano non essere sempre gli stessi, Bis Croma viaggiò per il giro di Sol, per quello del Si e si fermò anche piacevolmente nel giro di Fa. Ovunque c’erano gruppi di Diesis e anche di Bemolle, famiglie che erano riuscite a stravolgere i rapporti esistenti a Penta Gramma e a vivere serenamente e allegramente restando comunque dentro le righe, senza beccarsi tagli in testa né in gola. Bis Croma conobbe tanti altri giovani come lei, che non volevano rassegnarsi al fatto che non ci fosse una mobilità nel paese di Penta Gramma, e iniziarono a viaggiare tutti assieme per i vari giri, fra i Diesis ed i Bemolle, creando amicizie e rapporti sempre nuovi. Era un gruppo di giovani originali, perché facevano cose sempre diverse, ma riuscivano a mantenersi dentro le righe di Penta Gramma e vederli tutti assieme, girare per il paese, era davvero una bellezza. La gente finì di criticarli ed iniziò ad appassionarsi alle loro avventure, che sembravano suggerite da una Musa. Forse per questo, quel bel gruppo di giovani, volle chiamarsi Musica.
Bianca
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categoria : bianca, musicaeparole, il raccontino del venerdì

postato da LaPo alle ore 20:28
martedì, 05 maggio 2009

ciao soci di penna, come state? e i vostri cuccioli? godeteveli quei pezzetti di carne, prima che crescano e diventino come me. sto ridendo. beh, non solo di quello che vi dico. rido di piacere, di curiosità, di meraviglia per un'idea nata da un concetto che mi piace. net, rete, web, connessioni orizzontali tra sconosciuti che generano risposte, proposte, idee inaspettate. come quella di playforchange, un modo di far suonare insieme i musicisti di strada di tutto il mondo. senza farli incontrare. già, è la musica che li incontra, che li stimola, che gli invita a suonare insieme. una troupe semplice, un bravo fonico e poi si lavora tutto in studio. il risultato è orchestrale e individuale insieme. un po' come noi, che si scrive qui dentro e non ci si conosce. anche se il risultato è diverso. ma non per noi, soci di penna. questo video qui ve lo dedico.




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categoria : musicaeparole, lapo

postato da malaparata alle ore 19:20
sabato, 02 maggio 2009

Esco e non so dove cazzo andare così passo in rassegna i migliaia di manifesti elettoriali con dei faccioni grossi così e tutti che ridono nessuno, dico nessuno, che ti guarda serio come a voler dire la faccenda è problematica e non c'è proprio niente da ridere. Invece sdrammatizzano, la buttano sulla voglia di ripresa che anima un paese come l'Italia. Dicono "io so come fare, dammi il tuo voto, delegami, io ti rappresento". Ma tu non sai che fare, loro sono troppi e tu sei uno. Devi scegliere, ti tocca, alla fine devi sceglierne soltanto uno, quello che più ti piace. Pensi a una donna, voglio mandarci una donna lì a Strasburgo che poi Strasburgo non sai nemmeno dove si trova e dire che in Geografia non te la cavavi poi così male solo che da quando è crollato il muro non si capisce più una mazza, prima almeno c'era l'URSS ora ci sono talmente tanti stati che fai fatica a contarli. Ti capita di vedere una bandiera e resti interdetto magari ascolti un inno e lo riconosci, è la voce di Albano e ti spieghi la cosa con la velocità con la quale questo Stato è venuto su, talmente veloce che non avendo un loro inno hanno preso la prima canzone di Albano e l'hanno eletta come inno, nella fattispecie "Nel sole". Poteva andargli peggio, avrebbero potuto scegliere "Felicità" oppure il "Ballo del qua qua". Se uno ci pensa è globalizzazione anche questa, questo interscambio culturale, queste contaminazioni musicali. Non scandalizziamoci se al posto di Fratelli d'Italia un domani ci troveremo un'opera del maestro Mariano Apicella in puro slang Napoletano spacciata come lingua celtica tanto per far contenti quelli della Lega. Poi succederà che quello che hai votato tu andrà a Starsburgo alla cerimonia di insediamento, ci andrà perchè deve dare gli estremi del suo conto corrente dove dovrà essere accreditato il suo modesto appannaggio da Europarlamentare. Aveva pensato di mandare una mail o al limite un fax ma c'era da mettere qualche firma e allora è stato inevitabile andarci. Un giorno che guardi svogliatamente il programma "Le Iene" mandano un servizio in cui quello che tu hai eletto viene intervistato. Sei contento come una Pasqua vuol dire che il voto che tu hai dato non è andato sprecato. Ora dirà qualcosa di Europeo. Invece l'hanno beccato, hanno scoperto che le cuffie da cui non si separa mai non sono quelle che servono per tradurre i discorsi ma quelle dell'I-POD. La giustificazione è di quelle credibili. La musica serve per concentrarsi e preparare una strategia che porti lustro al nostro Paese. Chiudi la tele. Pensi a tante cose ma soprattutto che la colpa di tutto questo è solamente tua. Magari vorresti pentirti e dire a tutti che non lo farai più ma appena ti affacci alla finestra vedi solo auto e smog e piccioni e caldaie e parabole. Così non resta che pentirti da solo flagellandoti con la Nutella anzichè col Cilicio. In fondo ognuno si sceglie la punizione che si merita.D'altronde è Democrazia anche questa.

giadim 
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categoria : invettive, giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 12:18
lunedì, 27 aprile 2009

sabato venticinque aprile, concerto al teatro verdi, firenze. quest'anno c'é mauro pagani, un grande musicista. lo accompagnano altri strumentisti, enormi, anche se poco conosciuti. il programma è vario, canzoni di libertà da tutto il mondo, roba anche non proprio bella, ma arrangiata da lui sarà sublime. trovo dei posti per me e i miei amici in un palco alto, centrale, un po' distante ma acusticamente perfetto. inizia il concerto, entra l'orchestra regionale toscana, parte l'inno nazionale. scatto in piedi, d'istinto. è solo una musica, la senti alle partite in tivù e non ti fa effetto, ma sentita lì, fatta dal vivo, in quell'occasione che ricorda quel giorno particolare, l'ultima guerra civile, la fine di un incubo per il mondo, ecco, è differente. in un secondo passo dall'imbarazzo per quel gesto impulsivo al conforto. giù in platea si stanno alzando tutti, nei palchi sono già in piedi. non canto, ma sento cantare. vicino a me, nel teatro, sempre più voci. i brividi salgono lungo la schiena. quanti partigiani avrebbero voluto essere al mio posto. invece no, non ce n'è quasi più, di quei ragazzi col fazzoletto al collo che ci hanno restituito un paese. non sarà un gran paese, ma è mille volte migliore di com'era. la musica risuona, le voci crescono, è commovente. sul finale scoppia l'applauso, liberatorio, entusiasta. c'è ancora gente che lo sente questo giorno, che lo porta dentro come qualcosa di forte, importante, un valore. inizia il concerto, una conferma. mauro pagani è un genio, circondato da strumentisti eccezionali. si viaggia dall'italia al sudamerica, attraversiamo paesi lontani, conosciuti o meno, con quel passo raffinato e potente che è la musica. forse le cantanti italiane non sono all'altezza, ma hanno un ruolo minoritario. fortunatamente un vecchio cantautore catalano e una ragazza americana che cantano come pochi ho sentito mi fanno dimenticare i ragli rochi ascoltati prima. anche le canzoni più semplici, come la cucaracha oppure o bella ciao, diventano un pretesto per studiare lo strumento, inventare accostamenti, liberare la fantasia in mille rivoli di poesia acustica. il concerto finisce, e forse finisce così anche un giorno importante, da ricordarselo insieme, da dargli un valore, ascoltando roba che viene da tutto il mondo ma che dice la stessa cosa, i canti della libertà. passiamo a dare i soldi per l'orchestra regionale d'abruzzo, quaranta musicisti senza un tetto sotto il quale fare la cosa più bella del mondo. la musica.


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postato da malaparata alle ore 23:36
martedì, 21 aprile 2009

Un paio di settimane fa sentivo le orecchie fischiarmi. Sembrava di stare su un'astronave o in una camera iperbarica. Scendo giù, nei sotterranei del palazzone dove lavoro e in un angolo buio, seminascosta da una tonnellata di vecchi tabulati zeppi di numeri c'era una porta di vetro. Dietro la porta l'infermeria e una dottoressa il cui stipendio è a carico della Banca dove lavoro. Sta lì, se qualcuno sta male lei interviene. Ha tutto quello che occorre: cortisone, tranquillanti, punture, antibiotici, pillole contro il mal di testa e soprattutto disinfettanti in quantità smisurata. Te ne accorgi dall'inconfondibile puzza che aleggia nell'aria e poi se alzi gli occhi su un vecchio mobile in ferro arrugginito puoi vederli schierati come soldatini tutti questi boccioni di alcool denaturato o altre stramberie. Le dico che non mi sento molto bene, che mi fischiano le orecchie e credo di avere la pressione alta. Mi guarda preoccupata, più preoccupata anche di me che notoriamente sono uno che in queste circostanze pensa che un volgarissimo mal di testa sia in realtà l'avvisaglia di un male incurabile che ora si manifesterà in tutta la sua drammaticità. Mi dice in tono professionale ma freddo "Misuriamola questa pressione". E quando mi dice "questa pressione" ho la netta sensazione che lei già sappia cosa uscirà fuori da quella misurazione. Infatti il pressometro (si chiama così? Boh!) segna minima 100 massima 170. Cazzo, sto veramente male. E adesso? - le faccio. Adesso deve andare dal suo medico e approfondire il perchè di questa alterazione della pressione. La chiama proprio così alterazione. Diciamo che non è solo la pressione ad essere alterata ma anche io però la dottoressa mi dice che non devo agitarmi. Ma lo dice in una maniera che a me sembra non convinta, una di quelle frasi sparate per tranquillizzare ma che non poggiano su nessuna certezza. So dell'esistenza di alcune pillole che hanno l'effetto di abbassarti subito la pressione ma la dottoressa dice che il dosaggio deve darmelo il mio medico non di certo lei. Così me ne esco con otto gocce di Lexotan farmaco che prendo per la prima volta in vita mia. Mi dice di andare a casa e riposarmi e se possibile di non guidare l'auto. Non ha parlato di scooter per cui me ne torno in scooter sotto l'effetto del Lexotan che di per sè è un'esperienza al limite del mistico. Nei giorni successivi faccio le analisi del sangue (sdraiato sul lettino perchè a rischio svenimento) e una bella vista cardiologica completa. Non ho nulla, nemmeno un po' di colesterolo, nemmeno i trigliceridi, niente e ho un cuore che pompa benissimo, anzi sono bradicardico che di per sè è una cosa buona mi spiega la cardiologa. Faccio leggere le analisi al mio medico mi dice che è stata una botta di stress. Lo stress può uccidere mi dice e io mi gratto, lei non mi vede perchè c'è il tavolino tra di noi. Torno a casa e ci sono rimasto tre giorni. Come da certificato medico. Ora va meglio, bevo tanto e mi sembra di essere pulito dentro e bello fuori. Ma più pulito dentro. Sto attento anche al sale, ho quasi del tutto eliminato il caffè sostituendolo con il tè verde e ho quasi smesso di fumare. Ma la cosa più bella è che sto prendendo quattro pasticche d'aglio al giorno. Giuro che non si sente nulla, a prova di bacio, provare per credere.

giadim
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postato da malaparata alle ore 23:43
venerdì, 10 aprile 2009

È bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alle sue strade,

mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

le vigne, perfino i deserti.

È solo una stazione per il figlio Tuo la terra

ma ora mi addolora lasciarla

e perfino questi uomini e le loro occupazioni,

le loro case e i loro ricoveri

mi dà pena doverli abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

o avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma è anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.

Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

Padre, non giudicarlo

questo mio parlarti umano quasi delirante,

accoglilo come un desiderio d’amore,

non guardare alla sua insensatezza.

Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

Quando saremo in cielo ricongiunti

sarà stata una prova grande

ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.

Ma da questo stato umano d’abiezione

vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

                         Mario Luzi, Passione

Questi versi rendono in maniera secondo me incredibile l'umanità del Cristo. Un'umanità così tanto umana da parere divina.

Bianca

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postato da malaparata alle ore 22:54
venerdì, 03 aprile 2009

Certe volte sogno ma ricordo poco o nulla di quello che ho sognato. Capita però di avvertire quel senso di leggerezza, quel lieve torpore, quella sottile linea di confine che separa il mondo urlante da uno ovattato, senza suoni, senza parole. La stessa leggerezza di una piuma di cui segui il percorso ondulato prima che si posi a terra. No, troppo poetica come immagine. Facciamo così, cerchiamo di essere concreti, diciamo la stessa leggerezza che tu da bambino hai immaginato vedendo Nino Castelnuovo saltare la staccionata magnificando le proprietà dell'Olio Cuore. Da bambino per me la leggerezza era quel salto e tutte le volte ricordo che rimanevo a bocca aperto facendo il tifo per lui perchè la mia preoccupazione era che dopo tutti quei salti prima o poi ci avrebbe lasciato le palle su quella staccionata. E sarà andata proprio così perchè poi ad un certo punto quella pubblicità è sparita. E anche Castelnuovo. Ma voglio essere ancora più profondo e citare Shakespeare, proprio lui, quando diceva che "siamo fatti della stessa sostanza dei sogni". Impalpabili al tatto. Capita anche in letteratura pensare alla leggerezza e di solito la riflessione si concentra su due fattispecie: contenuto e stile. Il primo identifica giocoforza chi scrive cose frivole, leggere, senza profondi significati. Di solito si tende quasi a denigrare chi scrive cose leggere etichettandolo come un superficiale. Discorso diverso è per chi usa uno stile leggero dove per leggero si intende qualla linearità di pensiero che si traduce in parola scritta, quasi una sovrapposizione perfetta tra ciò che si pensa, ciò che si scrive e, triangolazione perfetta, aggiungerei anche ciò di cui si parla. Pensiero, oralità e scrittura rappresentano in effetti un triangolo che diventa perfetto solo quando queste tre componenti diventano sovrapponibili. Sul concetto di leggerezza ha scritto parole bellisime, al tempo stesso profonde e leggere, uno che si chiamava Italo Calvino nel suo ultimo libro, uscito postumo, dal titolo "Lezioni Americane". Calvino ha citato più di un esempio argomentando in maniera molto analitica il suo pensiero. Lungi da me il pensiero di ammorbare il lettore citando questo o quello e soprattutto disquisendo di ciò che oggi è o non è leggerezza. Se ci guardiamo intorno, cosa che ogni scrittore dovrebbe fare almeno tre volte al giorno, ci accorgiamo che nulla di ciò che vediamo si associa al concetto di leggerezza. Spesso tutto ci appare pesante, chi vive in città poi amplifica ancora di più questo stato d'animo. Così accanto al Vaffa Day dovrebbe trovare spazio anche il Leggero day, una giornata in cui il nostro agire è guidato dalla leggerezza. Pensiamo anche a quanto potrebbe essere utile e produttivo introdurre una giornata della leggerezza dentro le organizzazioni. Invece c'è la crisi, così dicono, e allora l'unica cosa leggera rimane il nostro portafoglio e dovendo scegliere viene naturale buttarsi ( a sinistra direbbe qualcuno ma non c'è più nemmeno quella) su un liberatorio Vaffa Day, quasi a esorcizzare i cattivi pensieri. C'è chi dopo si sente meglio, più leggero. In fondo è un risultato anche quello.

giadim
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postato da LaPo alle ore 20:25
mercoledì, 01 aprile 2009



mi piacerebbe crederci, per una volta. sì, credere che non sia una sola del marketing, il giochino da venderci ogni volta che abbiamo bisogno di sentirci migliori. il ventidue di aprile è la giornata della terra. come quella del bambino, dell'aids, del cancro, della distrofia, delle donne, contro la violenza, la giornata del cammello albino e quella dei vini ungheresi. siamo pieni di giornate dedicate ai minori, alle minoranze, ai minorati, a chiunque sia sotto di noi e in qualche modo ci gratifichi del fatto che, pur restando sotto, lo solleviamo un po', almeno per un giorno. ecco, la terra sta esattamente sotto di noi, la pesticciamo da qualche centinaio di milioni d'anni, e lei è lì, buona, che ci ospita accogliente. già, siamo tutti su questa pallina colorata, dalla balenottera azzurra con le sue trenta tonnellate all'alga unicellilare che per farci un panino vegetariano ce ne vorrebbero ottanta miliardi. maggioranze e minoranze, bestie e piante, scarpe, zoccoli, radici, si picchia tutti nel solito posto. e dopo cinque miliardi d'anni, mi pare che la pallina cominci a dare segni di insofferenza. bisogna pensarci, che se va in crisi lei non c'è manovra economica che tenga. ecco perché mi piacerebbe che questa festa riuscisse. perché è la festa dell'unico posto conosciuto dove tutti noi portatori sani di vita si possa stare. insieme. e poi non è tutto brutto come si vede dalle nostre finestre. ci sono anche posti belli, da salvare. non certo per il valore, ma per ricordo.


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postato da LaPo alle ore 19:53
venerdì, 20 marzo 2009

adelmo, si chiama adelmo. come zucchero fornaciari, ma si chiamava così prima di lui. e vista la vita che fanno i due, credo anche dopo. perché adelmo, il mio adelmo, ha sempre fatto il contadino e oggi ha un'ottantina d'anni. non saprei dire quanti esattamente, e forse il giorno preciso non lo sa manco lui, ma si parla di quel pezzo di maremma che tocca la provincia di pisa, un posto che un tempo era grano duro, nel senso di duro a coltivarsi. prova te a fare il grano in collina, tra boschi e strade, sempre in salita. in cento metri passi dalla polvere arida dove non cresce un filo alla forra umida dove marcisce tutto. e sempre in salita, o discesa, secondo come guardi. ecco, adelmo era nato lì, nella miseria dura, e c'era cresciuto più duro della miseria. tra genitori vecchi e fratelli morti in guerra, di tifo o tibbiccì era rimasto solo da giovane, e quasi quasi si voleva fare prete. poi gli passò, anzi, fu la stella a fargli perdere la vocazione. già, la stella, un donnino tutto sale e pepe, più largo che alto, sempre con quei grembiuli celesti a quadretti dove i quadretti erano rimasti in periferia, dove le mani e il lavoro e la roba che struscia addosso non frequentano. i seni grossi, le tasche coi fianchi, le cosce e anche il culo, lì il grembiule era omogeneo, d'un grigio col ricordo del celeste, i quadretti erano andati via, ai confini. io loro li ho conosciuti parecchio tempo fa, quando adelmo, che era sempre andato "a opra", ovverosia operaio, nelle fattorie, ci fu consigliato da un amico per tenere il podere dove si andava al mare. chiamarlo mare è ridicolo, era a dodici chilometri, ma era terra buona, di collina, panoramica. e poi dal podere si vedeva il mare, la gorgona, la corsica. per noi il mare era quello. insomma, gli facemmo vedere la casa, l'orto, gli olivi, le vigne. era andato tutto un po' in malora, quello di prima parlava molto. "la terra è tanta, c'ho du' braccia sole", e intanto la gramigna cresceva dappertutto. adelmo girava, guardava, sembrava che misurasse. forse annusava, ma a me sembrò raffreddato. più che raffreddato, aveva il naso chiuso, ermetico, respirava con la bocca e parlava buffo, in quel pisano arcaico accentuato dalla tonalità nasale, dal respiro che interrompeva l'intercalare. una cosa si notò subito. come prete sarebbe stato un fallimento. non che non rammentasse dio, santi e parenti stretti, anzi. in quella bocca un po' sdentata e sempre aperta a respirare sembrava abitasse tutto il paradiso, solo che lui lo usava per tirarci i moccoli più naturali, fantasiosi e oggettivamente belli di tutta la maremma. alla fine del giro accettò l'incarico, e con "d.. besctia" biascicato bene si sputò nella mano  ruvida e torta dalla zappa e la porse ad uno di noi. un gesto che quello non si aspettava, ma che non avrebbe mai rimpianto. da quella stretta di mano non trascorse un anno che il casale tornò nuovo, ripreso dove c'erano le crepe e imbiancato a calce, gli infissi furono riparati e, nostra meraviglia, la vigna sembrava pettinata da aldo coppola, gli olivi erano da esposizione, parevano dipinti, l'orto produceva più roba di quanta ne potessimo mangiare in dieci vite e persino le aiuole intorno alla casa erano coperte di fiori. adelmo e la stella avevano fatto un miracolo, lavorando sodo. io mi congratulavo con lui e lui mi guardava con la faccia bruciata, gli occhietti piccini e grinzosi, d'un celeste annacquato, si accendeva la nazionale, tirava un moccolo affogando nel fumo e sorrideva soddisfatto, coi dentini gialli e quel naso chiuso che non gli ho mai domandato il perché.

ciao soci di penna, lo so, non è finito, anzi, è un raccontino appena abbozzato. se mi riesce provo a finirlo la prossima volta. bacigrossi a voi, prole e consorti vari.


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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da malaparata alle ore 17:51
lunedì, 16 marzo 2009

Gianni Riotta ieri, nella sua rubrica sui libri del tg1, è stato un rivoluzionario. Non ha fatto interviste, non ha sintetizzato e quindi elogiato una lista di libri del padrone, ma ha messo al suo fianco due mucchi di libri: un mucchio da leggere e un mucchio da non leggere. Li ha presi in mano uno per uno ed in quattro parole ha detto perchè valesse o non valesse la pena perderci il proprio tempo. Ecco, questo sarebbe un servizio giornalistico normale se vivessimo in un altro Paese o in un altro tempo. Invece. Invece siamo così assuefatti alle lodi sperticate di ogni opera da parte di Mollica, alle interviste carezzevoli dei reporter, al politically correct, che ieri Gianni Riotta, proprio questa faccia qui a fianco, ci è parso un rivoluzionario. Quando ho visto che elogiava una serie di pubblicazioni di piccole case editrici, ho sussultato. Quando ho ascoltato che stroncava Asor Rosa mi sono ritrovata a bocca aperta. Quando ho notato che non ha consigliato nessun libro Mondadori mi stavo per commuovere. Avesse indossato la kefiah sarebbe stato meno rivoluzionario.

Ci siamo troppo abituati ad essere politicall correct, a voler solo parlar bene e ad omettere quello che non ci piace. Giusto per essere un minimo politicamente scorretti, si sappia che Bianca odia il sito di Repubblica on-line, pensa che libri orrendi come "Bastogne" di E. Brizzi non andrebbero pubblicati, ritiene Veronesi uno scrittore tristissimo e Giuliano Ferrara uno sbruffone poco intelligente. E questo è solo un anticipo.

Bianca

 

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postato da malaparata alle ore 10:46
sabato, 14 marzo 2009

Me lo chiedevo ieri mentre vagavo nella Pianura Pontina in cerca di una strada che avrebbe dovuto riportarmi a Roma. La verità è che a volte godo nel perdermi e per questo dico un no convinto ai navigatori satellitari. La bellezza del perdersi ha un suo innegabile fascino e proprio il fatto che ti sei perso ti consente di esplorare vie e situazioni che altrimenti il tuo bel percorso tracciato finisce con l'ignorare. Pensavo a una cantante di colore. Bella. Sensuale. Ipnotica. Una cantante Nigeriana dal portamento nobile ed elegante che risponde al nome di Sade. Ora se io dico Sade il pensiero rimane comunque circoscritto in ambito nobiliare richiamando il ben più noto Marchese De Sade ma tra i due non c'è nessuna liasion, giuro. Una delle canzoni più famose di Sade si intitola "The sweetest taboo" e ha una particolarità: è una canzona erotica anzi per tradurla in parole povere diciamo che fa sesso. Lo si capisce bene anche dal video che vede protagonista la stessa Sade che si muove sinuosa sul palco, vera femmina ma dal portamento regale che però quando la ascolti non puoi fare a meno di pensare al sesso. Al momento in cui questa canzone è stata concepita, all'atto sessuale che l'ha prodotta, a quel sottile gioco di parole che sottintende il titolo. Ieri in auto ad un certo punto l'ho sentita venir fuori dall'autoradio, la canzone intendo, ed è stato come quando assisti a quei revival, come quando Annarita Spinaci faceva le comparsate da Paolo Limiti. Parliamo di anni 80, fine anni 80, periodo di ormoni che facevano la Hola e tu finivi col legare certe ardite imprese a delle canzoni, insomma ti facevi la tua bella colonna sonora buona per quei momenti là.

Pensavo a Sade, agli anni 80, agli autovelox della Pontina che hanno molto poco di erotico, alle piantagioni di Kiwi lungo la strada e poi pensavo ai siti porno, quelli di cui la rete è piena, quelli che stanno al secondo posto in termini di fruizione subito dopo la posta elettronica. Con un occhio alla mail e l’altro ai contorsionismi ultra sex. Non dite che non è vero, non ci crederò mai. Sono cambiati i tempi e anche molto in fretta. Una volta si nascondevano i giornaletti zozzi come fossero reliquie oggi con la rete hai tutto a portato di mano, un assortimento talmente vasto che il giornaletto ha perso totalmente di fascino. Ma come spesso accade il troppo stroppia per cui anche tra i siti porno c’è un’omologazione che li fa sembrare tutti uguali (stavo per dire: vero Lapo e Bianca? Ma mi astengo). Su Repubblica mi è saltata agli occhi la notizia di un sito erotico nuovo.

Il suo nome è “beautyful agony”. Per farla in breve vengono immortalate le facce e solo le facce di persone che stanno raggiungendo un orgasmo. Li vedi una parata di volti di tutte le razze e ognuno gode a modo suo. Quanto sia vero o finto non ci è dato sapere. Per soddisfare la vostra sete voyeuristica vi metto anche il link così poi mi dite. Quello che mi colpisce è che  il campionario di facce, visi e volti è uno spaccato di umanità nel suo insieme verosimile. Come uscire fuori dalla clausura del sesso consumato tra le pareti domestiche e condividerlo con gli altri, una sorta di picnic del piacere. Non sono visibili parti anatomiche ma solo sguardi e lamenti, nemmeno gli occhi che nella mggior parte dei casi restano chiusi.

Il fatto è che in ogni caso la Pontina è una strada dritta e le strade dritte stimolano i pensieri più strani, da sempre è così. Alla prossima.

 

giadim

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postato da LaPo alle ore 19:34
venerdì, 06 marzo 2009

è venerdì soci di penna, del raccontino neanche l'ombra, e forse è meglio per voi. e allora, come si diceva alla medie, "tema a piacere". vista la festa vicina, si parla di donne. ma vi assicuro che non lo faccio per garbo nei loro confronti, lo sapete che a me non piacciono certe feste e neppure certe donne, come del resto certi uomini. insomma, a me garba poca roba, ma questo non c'entra nulla.. no, piglio spunto da certe cose che mi sono venute in mente pensando ad una cara amica alla quale sono molto affezionato per certe ragioni mie, diciamo familiari. incontri gente, donne e uomini, e all'inizio fai sempre la stessa cosa. tendi, nei primi tempi, a catalogare le persone, a metterci su un'etichetta, tipo "questa è sofisticata" oppure "questa è pragmatica materialista" o ancora "questa è una che sogna ad occhi aperti" o anche "questa è matta da legare". così è facile poi adeguare i comportamenti e decidere di avvicinarsi o allontanarsi, approfondire certe curiosità o glissare elegantemente. con certe donne che ho avuto la fortuna di incontrare non bastano le etichette, sono passato ai cartellini, ai pendenti, poi i fascicoli e alla fine mi sono arreso. io di donne non ci capisco nulla, infatti ho sposato subito una delle prime che mi è capitata a tiro (e voi non sapete che culo ho avuto). che le donne sono molto complicate me ne sono reso conto poco dopo, ma non mi sono pentito, anzi. ho capito che mi devo arrendere davanti a certi marchingegni complicatissimi e sofisticati e che forse l'unica cosa da fare è ammirarle in silenzio. come quando sei davanti a certe costruzioni che ti lasciano senza fiato. piglia la cattedrale di reims. nessuno si domanda come faccia a stare lì in piedi da quasi otto secoli, come abbiano fatto a tirarla su oppure da dove sia venuta l'idea di farla così, uno arriva lì davanti e vede l'ardimento, l'armonia, le proporzioni, l'equilibrio, e ci gode. forse bisogna farlo anche con certe donne, anche se non hanno tutti quei secoli. del gotico francese ammiri subito le guglie, l'altezza vertiginosa, lo slancio. solo dopo, da vicino, con calma, apprezzi i colonnati, gli archi acuti, le bifore e trifore che alleggeriscono i corpi. e capisci che tutto è base, piede, supporto, sostegno che regge le torri, le guglie, che giustifica l'altezza, la vertigine della costruzione. nessun capitello è determinante, nessuna colonna, nessun arco, ma tutto è indispensabile a portare in alto la struttura.  così le vedo io certe donne. robe molto complicate, difficili da capire e per questo affascinanti, delle quali non conoscerò mai tutti i capitelli e le colonne, ma  intanto ammiro le guglie, la linea, la complessità. delle bifore e trifore meglio tacere, per educazione. sono pur sempre un gentiluomo, felicemente sposato per giunta. statemi bene soci miei.

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postato da malaparata alle ore 11:40
venerdì, 06 marzo 2009

Negli ultimi anni inverni troppo caldi hanno visto il fiorire di mimose in quel di febbraio, a volte persino gennaio, e per l'8 marzo eran già tutte sfiorite. Bisognava andare per forza dal fiorario a cercare una mimosa bella piena, inutile adocchiare un rametto sugli alberi, tutto sfioriva prima dei tempi. Quest'anno invece un inverno freddo ha nascosto i germogli abbastanza a lungo perchè vediamo fiorire le mimose proprio in questi giorni, nel momento più adatto per farci festa. Mi piace constatare che a volte, nei momenti bui dei rapporti interpersonali, troviamo qualche scherzo della natura a farci sorridere. Un improvviso arcobaleno, un'ora luminosa di sole in un freddo inverno, una pioggia ristoratrice nella calura estiva, una rosa che spunta da un ramo ormai rapito dall'inverno, mi appaiono tutti come piccoli simboli rappacificanti della natura. Quest'anno pare si siano date appuntamento tutte le mimose, forse per rasserenare un po' le donne di questo Paese.  Sono donne più moderne delle loro nonne: guidano le automobili, lavorano, decidono liberamente sulla propria vita, se avere figli e quando, dedicano tempo alla cura del proprio corpo, possono uscire la sera da sole. Però lavorano con uno stipendio medio assai inferiore a quello di uomini che ricoprono lo stesso incarico. Però se avere figli lo decidono in base alle prospettive di carriera, perchè essendo precarie quasi sino al termine della loro età fertile, non hanno diritto alla maternità, non hanno speranze di essere riassunte dopo aver avuto un figlio, non hanno grandi possibilità di accedere ad asili nido la cui retta sia accettabile. La sera escono da sole, però le si consiglia un accessorio particolare da tenere in borsetta, lo spray al peperoncino "antistupro". In alternativa un allarme tascabile Beghelli, ora attrezzatosi per proteggere altre carrozzerie. Dovrebbero sentirsi rassicurate da militari in giro con armi a vista, o da plotoni di pensionati che si riuniscono per le ronde. Dedicano tante cure al proprio corpo che son sempre belle, seducenti, alla moda. Son tanto occupate a rendere la propria figura conforme a quel che vuole la società da non accorgersi di essere delle modelle in costume, appiccicate a ruoli che non hanno scelto, di cui non sono consapevoli. Un po' come la modella in foto, con un dolce sorriso speriamo di cavarcela, incatenate a schivar coltelli. Forse le mimose di questi giorni ci stanno invitando ad evacuare i posti assegnati per imposizione dalla società, forse ci invitano per le strade a raccogliere il fiore e a porgerlo alle nostre simili, a guardarci fra noi e a capire che la parità non significa scimmiottare i difetti degli uomini, ma avere pari opportunità, frase ormai abusata e di cui sembra smarrito il senso. E sorridete se un uomo vi regala una mimosa, non recriminate sul fatto che dovrebbe sempre essere con un fiore che si tratta una donna. Sorridete anche agli uomini che si trovano a corto di mimose, tanto ce la prendiamo direttamente dall'albero. L'8 marzo ha ancora il suo senso. Auguri donne.

Bianca 

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postato da malaparata alle ore 15:53
sabato, 28 febbraio 2009

Classe 1967, Sapri, ultimo paese della Campania, paese da sempre legato allo sbarco di Carlo Pisacane che non ebbe una grande accoglienza a dire il vero e famoso inoltre per una poesia che bene o male più o meno tutti conoscono e che si chiama la Spigolatrice di Sapri a firma del poeta Luigi Mercantini. Nel 1967 la mia generazione si è trovata a nascere interamente in un'altra regione, la Basilicata ed in particolare a Maratea (PZ). 18 km di curve e tornanti separano Sapri da Maratea. E' una strada a picco sul mare, simile alla Costiera Amalfitana ma molto più selvaggia e in parte incontaminata. Alcune insenature sono raggiungibili solo via mare. Se guidi la macchina va tutto bene, ma se stai lato passeggero e guardi giù rischi di stare male, un po' come andare sulle montagne russe. Nel 1967 intere famiglie di Sapri e dintorni ai primi segnali di doglie si mettevano in macchina per raggiungere Maratea. A volte riuscivano ad arrivare altre ancora il figlio lo facevano in auto. E dovevi essere fortunato ad avere almeno una Fiat 128 perchè era più spaziosa della 127 e la comodità, in certi casi, è fondamentale. Maratea significava l'ospedale. A Sapri non c'era. In verità avevano iniziato a costruirlo, in un bel posto, vista mare, ma poi era rimasto lì, poco più di uno scheletro, ogni tanto ci aggiungevano qualcosa, un infisso, qualche rubinetto, una mano di vernice, solitamente questo avveniva in concomitanza di qualche competizione elettorale quando arrivava il politico di turno che prometteva a più non posso ma non potendo promettere mari e monti perchè già li avevamo finiva per offrire alla popolazione il completamento dell'ospedale. Tutti ci cascavano ma lo scheleltro rimaneva lì, incompleto. Dovemmo aspettare il 1979 quando ci fu una vera e propria rivolta popolare capeggiata da un prete, uno di quelli che parlava poco di Dio almeno secondo i canoni di allora ma parlava della gente e alla gente ed è stato l'unico prete che io ricordi che mi faceva appassionare alle omelie. In seguito a quella rivolta che culminò nell'occupazione della Stazione Ferroviaria di Sapri che mise in ginocchio l'Italia dividendola in due, si ottenne l'apertura dell'Ospedale che naturalmente fu oggetto di lottizzazione selvaggia ma forse è il male minore rispetto all'ipotesi di non apertura. Dal 1979 in poi il nome Sapri  è scritto sulla carta d'identità di chi è nato in quegli anni. Non sono nostalgico e sono anche contento di essere nato in Basilicata, in fondo Sapri, trovandosi in mezzo a tre regioni (Campania, Basilicata e Calabria) è un po' un'enclave, territorio quasi neutro e dovendo scegliere va benissimo la Basilicata che insieme al Molise contende lo scettro di Regione meno conosciuta. Oggi ho poco più di 40 anni e spesso quando mi capita di esibire i documenti con su scritto nato a Maratea mi sento rispondere che la Calabria tutto sommato è bella. E io a spiegare che Maratea con la Calabria non c'entra nulla ma alla gente non importa. La Geografia con la globalizzazione ha perso di significato, provate a chiedere a qualcuno se conosce le Capitali dell'ex Unione Sovietica o magari le bandiere che ieri già sembravano un numero infinito e oggi lo sono ancora di più. La vita poi fa strani giri. Oggi Maratea  ha un ospedale ridotto a presidio e quello di Sapri vivacchia tra ridimensionamento dei posti letto e ipotesi di chiusura. Magari tra un po' si tornerà a nascere in casa, con la levatrice che parlerà Uzbeko e un dottore che tifa Nigeria ai mondiali di calcio. Manca solo qualche emulo di Pisacane che prova a sbarcare in spiaggia a Sapri ma sconsolato torna indietro perchè di spiaggia, a Sapri, ce n'è rimasta poca. Effetto combinato dell'erosione delle coste e dei fondi pubblici.

giadim
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postato da LaPo alle ore 20:04
venerdì, 27 febbraio 2009

sono tanti anni che li vedo arrivare. i contadini dico. un contadino in città è come un cavallo parcheggiato in un salotto. lo vedi subito, stona, è un corpo estraneo. almeno per me, che tanto tempo fa ero uno di loro. poi no, ho fatto il salto, ho tagliato tutto e mi son piantato qui. ma non è piantarsi, nel cemento non radica nulla, ci scivola l'acqua, neanche la polvere ci sta su quest'asfalto nero e liscio che ti tappezza i passi la notte. ecco, i passi, li riconosci dal passo. il contadino è leggero, guardingo, molleggiato, a non consumar le suole. e poi le scarpe anche. non c'é spazzola che tolga tutta la polvere che c'é sulle scarpe di un campagnolo. hai voglia di grasso e struscia sodo e sputaci sopra, tra le pieghe di quelle scarpe rimane quel chiaro, quella riga che ti dice che hanno pestato più zolle secche che marciapiedi. poi le cambiano, ne comprano di nuove, ma il passo li frega, il molleggio piega le scarpe, forma le grinze, entra la polvere, punto e a capo. li riconosci da lontano, anche di spalle. giubbotti corti, fatti per lavorare, ché il cappotto ingombra il movimento, si struscia dappertutto. e poi da vicino. gli occhi, mobili, curiosi, spaventati anche. scrutano dentro ai vetri illuminati sulla strada, si fermano e ripartono con quel fare indeciso di chi non sa. non sanno, allora cercano, cercano un posto dove sentirsi protetti, al sicuro. di solito entrano in un bar, convinti dal caldo, la confusione, le luci. non lo sanno i meschini, che appena entrano c'é chi li guarda, li pesa, li valuta. dopo un minuto almeno un paio di persone, un ladro e una puttana, sanno già quanto hai in tasca. dalla posizione delle mani nei pantaloni, da cosa bevi, da come stai seduto, se apri o meno il giubbotto. i ladri e le puttane dovrebbero fare i giudici. di solito uno furbo dura una settimana, a volte due. quelli tonti in due giorni sono già ubriachi, al verde, intontiti dai discorsi delle femmine e dalle botte dei maschi. comunque sia, fanno tutti la stessa fine. i più fortunati se ne tornano a casa con la coda tra le gambe, l'uccello che cola roba gialla e qualche costola rotta. poi c'é chi insiste, cerca la fortuna, pensa di essere furbo. quelli li leggi sul giornale, li trovano di là dalla ferrovia, mezzi mangiati dai corvi. non hanno mai nome quelli, ed è meglio così, almeno nessuno si vergogna di loro. poi c'é chi si adegua, diventa un animale, si mimetizza, trasparente di giorno e nero di notte. se non dai nell'occhio, se non ti vedono, ci campi, non bene ma ci campi. così faccio io, esco la notte tardi, quando la città dorme, ladri e puttane compresi. faccio i miei giri, evito i posti dei guai, ci passo distante. ormai ne sento l'odore, dei guai, li riconosco prima che arrivino. allora cambio strada, mi faccio piccolo, cammino nell'ombra, rasente ai muri. ne ho visti troppi. ma non mi vedranno con la coda tra le gambe. la campagna che ho lasciato tanto tempo fà non mi vedrà sconfitto. il mio uccello ha gocciolato per settimane, mesi, poi si è stancato. le mie costole hanno cercato di soffocarmi, mi hanno impedito di dormire, di parlare, persino di salire le scale, poi si sono arrese. non sarò più contadino, anche se non sarò mai cittadino. è una questione di razza, lo so. morirò bastardo, solo, inadeguato. ma lo farò lontano dalla ferrovia e dalla polvere delle zolle. avrò scarpe lucide quel giorno.

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postato da LaPo alle ore 11:21
venerdì, 20 febbraio 2009

zanzibar e erri de luca. c'è un nesso, un parallelo, un legame. la sintesi, che poi rasenta la poesia. sto partendo, devo comprare le pile alla macchinetta sub. all'edicola vedo un libro di de luca che non ho. il giorno prima della felicità. mi sembra in tema. domani sarò in africa. non proprio, una scheggia d'africa, una caccola di terra nera messa lÏ accanto, nell'oceano indiano, sei gradi a sud dell'equatore. compro il libro e le pile, metto tutto nello zaino, domani mi servirà. perché oggi è il giorno prima della felicità. l'africa, quella grande, è una parte di mio padre, ci ha fatto una guerra tanto tempo fa, l'ha persa, ci è rimasto prigioniero per molti anni. poi è tornato, ha preso moglie, fatto figli. forse ci ha trasmesso certi posti, non saprei dirlo, è roba dentro. arrivare è una conferma a quel che sentivo. neanche cento chilometri per quaranta, neanche l'elba nostra, ma ci stanno in due milioni, mezza toscana. in questo fazzoletto foreste, città, villaggi, campi coltivati, stradine sterrate e grandi strade, panorami mozzafiato e discariche, c'è tutto, compreso due milioni di persone. un popolo, ma differente. il popolo nero non piglia posto. capanne piccole, di pietre e paglia, senza acqua né luce. la notte zanzibar si spegne. qualche fuoco nei villaggi, niente più. l'africa è parsimoniosa, non consuma risorse, con un fuoco di sterco si cucina per dieci. l'africa non piglia posto nelle tasche del mondo. in compenso regala, oro, diamanti, rame, petrolio. se chiedesse il conto, meglio non pensarci. sono qui, nel villaggio. davanti alla porta del bungalow c'è il mare. l'oceano indiano è grande, le maree sono una corsa d'acqua lunga un chilometro di sabbia bianchissima davanti a me. sulla sinistra c'è una costruzione in legno, alta, panoramica. il sole è alto, decido di andare a leggere lassù. nelle orecchie cinematic orchestra. il telefonino non funziona per chiamare, solo messaggi, allora è buono per la musica. è musica gentile, non spinge i pensieri, li accompagna. il libro è breve, come tutti i suoi. ma è de luca. chi sa dire direbbe prosa scarna, asciutta. io dico ogni frase è a sé, da incidere su una lapide, da pensarci un giorno, e non basta. è storia di guerra e di fuga, ma non è chi e quando, è come. mi guardo le dita sulla pagina. penso che lì finisco io e comincia lui. rapporto strano, leggere. lettere nere messe in fila, parole che passano dall'uno all'altro, senza essere più di nessuno dei due. sulla terrazza sospesa guardo l'oceano che si ritira. in questi giorni è morto mio padre, sei anni fa. e ora sono qui, davanti all'oceano che lo vide sconfitto davanti a un fucile inglese. non ho la macchina fotografica, solo un libro di parole e un telefonino di musica. uso quello, scatto una foto. mi guardo le dita dei piedi sul pavimento di legno, alzo lo sguardo e vedo sabbia, mare, palme. qui finisco io e comincia il mondo. perché il mondo è come le parole dei libri. non è di nessuno, solo di chi lo guarda in quel momento, ma per poco.

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postato da malaparata alle ore 17:14
sabato, 14 febbraio 2009

Che chiave di lettura dare al nostro tempo? L'istinto del pensiero veloce o la meditazione del saggio che sa aspettare? Il problema è che le cose accadono e questi sono tempi difficili, tempi in cui le domande devono avere quel necessario corredo di risposte, magari definitive, inoppugnabili, necessarie per chiudere un cerchio, l'incognita del ricominciare, una sorta di stop and go diviso equamente tra il pensiero e l'agire. Il fatto sorprendente è che oltre alla difficoltà del tempo viviamo in piena velocità e il nostro agire è spesso dettato dall'istinto, magari puro istinto di sopravvivenza, decisioni da prendere in fretta. Chi ha fatto vela può capirmi. Il cambio improvviso di vento ti costringe a modificare l'assetto della tua barca e non hai tempo per pensare altrimenti la barca ti sputa via come un nòcciolo di ciliegia. Allora il problema non è il vento ma la nostra capacità di adattamento alle condizioni climatiche. Potremmo dire mutuando un antico detto "Non esistono le cattive stagioni, esistono solo abiti inadeguati". Ieri ci pensavo mentre ascoltavo dal vivo Ivano Fossati cantare la sua "Il rimedio" e in un passaggio c'è una frase molto indicativa che spiega, forse, con poche parole questo nostro tempo. L'inciso fa "che vita è questa, che vita è, mai più saggezza, mai più, se c'è un rimedio io corro da te, senza una mano che mi sfiori, io corro da te". Quello che salta agli occhi è questo rifiuto della saggezza come a voler dire "non mi è servito a nulla essere saggio, aspettare, sedimentare le emozioni, imparare ad incassare per poi colpire. A nulla .Serve più lo slancio, il movimento armonico, elegante, sfidante, del salto da fermo a disegnare un replay con il fermo immagine sui tuoi piedi che toccano terra e la polvere che si alza impalpabile." Il secondo aspetto è quel cercare rifugio, ancorarsi, quel correre verso qualcuno o qualcosa. Qui c'è un altro tipo di saggezza, sottotraccia, che ha un confine labilissimo con l'istinto.
C'è poi un libro, molto bello, che porta avanti una teoria che può anche sembrare un luogo comune, quello della saggezza popolare, il cui titolo è "La saggezza della folla", l'autore è James Surowiecki.
In questo libro ci viene detto che la vera saggezza non è quella del singolo, la saggezza per così dire del libero arbitrio, ma la saggezza che si fa folla e diventa collettiva.
Poi ti guardi intorno e non c'è saggezza, nè tantomeno di massa. Ma il problema è che non c'è nemmeno istinto. E cosa c'è allora?
Nient'altro che noi, il combinato disposto di istinto e saggezza che non dobbiamo per forza ascrivere a periodi precisi della nostra esistenza.
Il vero saggio è colui che che con il passare degli anni sviluppa gli anticorpi dell'istinto e li rilascia ogni giorno a piccole dosi.

giadim
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postato da LaPo alle ore 19:59
venerdì, 06 febbraio 2009

uno non se le spiega certe cose, ma poi torna a casa, gli viene in mente una roba sulla felicità, la posta nel suo blog e poi, prima di uscire e fare altro, guarda gli altri blogs che gli garbano e nel condominio di malaparata ci trova il socio di penna che tratta lo stesso argomento. forse è empatia, o forse una scusa per parlare di un libro, di un progetto, oppure di quello che gli è successo ieri. no, la roba di ieri non c'entra, gli è scappata solo perché la felicità è rara e quando la vedi o la tocchi, di primo impulso ti vien voglia di raccontarla a qualcuno. poi però è anche una roba molto personale, allora te la tieni per te. ma sì, parliamone di questa felicità, che a volte uno si domanda se esista davvero, ma poi se negli stati uniti l'hanno messa nella costituzione vuol dire che almeno lì la conoscono bene. che poi la felicità si divide in due grandi categorie, la tua e quella degli altri, unite da un tubino sottile che non rispetta proprio la legge dei vasi comunicanti ma almeno ci prova. io ho un amico, è attivista del piddì, due figli grandi, un uomo serio, pacato, quello che se lo vedi diresti che ti fidi a dargli i tuoi soldi. infatti fa il dirigente dentro le banche. poi però, quando meno te lo aspetti, nel silenzio di un momento di pausa, sbotta: "son contento". ora, soci miei, non è la felicità di cui si parla, ma conoscendo la pacatezza del mio amico vi assicuro, è la manifestazione più vicina all'argomento in questione che io conosca. sai uno in giacca e cravatta, un po' in piazza coi capelli, magro e dinoccolato, occhiali, che ti spara un "sono contento" a bruciapelo? ecco, avete capito. poi c'é quella silenziosa, che forse è la migliore. è una polvere sottile, una cipria direi, che a volte ti pare di vedere sulla faccia di qualcuno. oppure ne senti l'odore. l'odore lo senti anche se non sei presente, puoi leggerlo in uno scritto, o vederlo in una pennellata su un quadro. l'odore della felicità è comunque buono, specie per chi, come me, non è bravo a vederlo sulla faccia della gente. non lo so, deve essere l'età, io quella cipria lì non la vedo facile, eppure la cerco. non c'é nulla di più bello di un viso di donna sporco di felicità, con quel sorriso insistente che non vuole andare via, quella timidezza che cerca di contenere l'emozione ma poi gli occhi la fregano e brillano per conto loro mentre lei imbarazzata non può farci niente. come l'altro sabato che abbiamo deciso di passare una settimana su un'isoletta africana. è da allora che la principessa è incipriata, e io me la godo, anche se per star via una settimana ora lavora sedici ore al giorno. partiamo mercoledì, se ci arriva viva, e a dirvela tutta son più contento per lei che per me. forse la felicità è come certi giochi di biliardo, se la pigli di rimbalzo vale doppio. come il viso della socia di penna quando ha visto sua figlia. sì, mi sarebbe garbato vederla, tutta stanca e sudata, con gli occhi rossi e le labbra livide mentre osservava curiosa quel fagotto rosa che le porgeva l'ostretica. tanta roba quella. ma quelle son dosi massicce, direi stupefacenti, di felicità. di solito la trovi in quantità quasi impercettibili, che durano un attimo. almeno a me tocca così. sarà che mi è calata la vista, come dicevo. ma mi garba quando la trovo, anche poca, e continuo a cercarla. visto che gli americani l'hanno messa nella costituzione, da qualche parte deve pure essere. in fondo ho sempre il mio vecchio amico bancario. alle brutte vado a trovarlo e a sentirlo dire "son contento".


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postato da malaparata alle ore 00:26
venerdì, 06 febbraio 2009

Strano animale la felicità. Più di uno pensa a qualcosa di tangibile, un fatto, un evento, una smorfia ma in fondo è qualcosa di etereo, al limite polveroso mi verrebbe da dire. Materia che non si assembla, sfuggente, incostante, una zoccola impazzita che sbatte sul marciapiede. Zoccola nel senso di topo. Mercurio, forse il mercurio è l'elemento che meglio di chiunque altro identifica seppure per associazione mentale il concetto di felicità. Ed è strano sentirne parlare. Voglio dire, più facile viverla, o forse più immediato. Non bisogna però cullarsi troppo, di solito dura poco ma accade e quando accade il mondo intorno sembra scomparire e rimani da solo a contemplare te. In quel momento siamo portati naturalmente a sopravvalutarci, facciamo progetti, prendiamo decisioni  a cui non riusciremo mai a dare concretezza, seguito. Aveva ragione Umberto Eco a dire nel suo "Pendolo di Foucalt" che "in fondo non bisogna aspettarsi troppo dalla fine del mondo". E' un modo per dire che la felicità è un momento, nu muorz direbbero a Napoli (un morso). Eppure se ne parla, per interposta persona come il Tristano di Tabucchi, in una cornice come l'Accademia di Francia a Roma. Succede che poi le parole diventano un libro e il libro un omaggio. Pensate un po', voi entrate in Banca a chiedere informazioni su un mutuo e ve ne uscite con un preventivo e un libro a doppia firma. Domenico De Masi e Oliviero Toscani, titolo: La felicità. Parole e fotografie per spiegare in maniera esaustiva questo sentimento che ormai è merce rara. Se lo chiedi in giro nessuno ti dirà esplicitamente che è felice. Oggi è la tristezza ad essere di moda e più questa tristezza è diffusa più la gente si convince di stare in fondo bene quando in realtà è profondamente infelice. E' il processo di condivisione che rende le cose meno drammatiche di quelle che sono però totalmente false. Poi succede che di tanto in tanto incontri uno felice. Ti fermi. Vorresti quasi saperne di più, chiedergli ad esempio perchè, come ha fatto, cosa gli è successo. Ma non lo fai, ti accontenti di guardarlo e respirare la stessa aria che respira lui. Pensi che può essere contagiosa e ti viene in mente la varicella che hai preso a 40 anni con la faccia devastata dai bubboni. Altro che felicità. Ritorni infine a pensare all'architettura del mondo, al modo in cui lo vedono gli altri. Quelli che orgasmano per la linea retta stile Le Corbusier o quelli che invece sono attratti dalle curve come Niemeyer ad esempio. Felici entrambi ma con prospettive diverse. Se avete modo di procurarvi questo libro fatelo, non per il libro in sè ma per il significato che esprime. Due modi: o andate a Vignola, terra di ciliegie e di gente laboriosa e di banche o andate sul sito di Oliviero Toscani, La Sterpaia. Ci sarebbe un terzo modo ma nemmeno ve lo dico perchè è successo ieri e ieri non torna.
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categoria : giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 19:20
sabato, 31 gennaio 2009

paolo lo conobbi d'estate. faceva caldo, questo lo ricordo, e si cercava da bere. un nostro amico si ricordò del suo laboratorio, lì vicino, in paese. entrammo in quella corte, ragazzi in bici, in quel magazzino che sembrava abbandonato. l'odore della pelle mi prese alla gola. ciao, sentii dire dalla penombra. spuntò un sorriso franco, onesto, semplice, con sopra due occhietti vispi e un ciuffo di capelli ribelli, ricci, un po' buffi. aveva qualche anno più di noi studenti e lavorava già in proprio. tagliava la pelle in quel vecchio fabbricato un po' cadente, circondato da scaffali pieni di cose improbabili e invendibili. era il suo senso degli affari, che non l'avrebbe abbandonato mai. si bevve e si parlò, mentre lui lavorava e sorrideva con quel fare amichevole. mio fratello vide una conchiglia tra le cinfrusaglie dello scaffale, la prese. scoprimmo che gli piaceva il mare. il sabato dopo eravamo insieme all'argentario. da porto santo stefano si pigliava una strada sterrata che portava a un'oliveta che scendeva sul mare. si piazzavano le tende nell'oliveta e poi giù, su uno scoglio dove il giorno si faceva il bagno e la notte si pescavano i gronchi. fu il nostro scoglio per tutta l'estate, e per molte a seguire. lo riconoscevi dall'odore delle sarde che paolino e mio fratello usavano per pescare di notte. io lo preferivo all'odore del cuoio che paolino aveva addosso, nelle borse, nella tenda. era il suo odore, mio fratello aveva imparato ad apprezzarlo,io no. ma mi piaceva paolino. era franco, semplice, sincero, e gli piaceva il mare. scendere in acqua con lui era una scuola. si metteva la maschera, faceva un respiro e scendeva. noi con le pinne non gli stavamo dietro, e lui tranquillo si metteva col fucile subaqueo a cacciare all'aspetto a dodici metri di profondità. noi si tornava su per respirare, lui era laggiù, fermo. paolino tornava dopo un po', tirava la sagola dell'arpione e c'era una murena. era nato per l'acqua. vedeva i pesci, li conosceva, sapeva tutto, abitudini, tane, tecniche di caccia. il fisico l'aiutava. piccolo ma tonico, muscoloso. era anche peloso, e quel fisico agile e quel sorriso aperto lo facevano assomigliare ad un scimmia. paolino la scimmia, fu il suo soprannome. si arrampicava sullo scoglio e si metteva a pulire il pesce. spellava le murene, ripuliva i saraghi, sbatteva i polpi. credo che ancora oggi quello scoglio sull'argentario puzzi di pesce. un giorno, d'autunno, trovammo il magazzino chiuso. dov'é paolino? sua madre ci disse che era andato in polinesia. da solo? da solo. e quando torna? non l'ha detto. passò l'inverno, e anche la primavera. tornò. il suo sorriso largo si era espanso ancora, aveva la pelle del colore del cuoio che tagliava, i ricci erano cresciuti e imbionditi. era partito perché voleva vedere il mare, ci disse. e ci raccontò. del volo interminabile, dell'arrivo a papeete, della contrattazione del viaggio in barca con un commerciante del posto, del pellegrinaggio fra le isole, l'arrivo a rangiroa, che era abitata allora da due famiglie di pescatori. lui era andato alla capanna di una famiglia e nel suo francese scolastico aveva proposto di aiutarli a pescare in cambio di cibo e un letto. e fu così che paolino la scimmia divenne pescatore a rangiroa, e per sei mesi visse come un polinesiano, mangiò polinesiano ballò polinesiano e parlò anche polinesiano. moana voleva dire oceano, ia orana buongiorno e nana arrivederci. aveva comperato una nikonos subaquea per quel viaggio, e una sera ci portò a far vedere le diapositive che aveva fatto. ovviamente puzzavano di cuoio, ma non ci si fece caso, dallo schermo grondavano sole, e sabbia, bianchissima e lagune trasparenti, e pesci meravigliosi, e palme, e gente felice che sorrideva coi denti grossi, come quelli di paolino. eravamo entusiasti per lui, per quel sorriso che non lo lasciava mai, per tutti i ricordi che ci raccontava. ricominciò a lavorare nel magazino, ma durò poco. ragazzi vado a vivere all'isola d'elba. comprò un grosso furgone e lo caricò di tutte le carabattole del magazzino. all'inizio dormiva nel furgone parcheggiato a marina di campo, faceva i mercati dell'isola, vendeva le cose in pelle che faceva. paolino viveva di poco, in questo era davvero un polinesiano. non sentiva fame o freddo, gli bastava niente, ma non poteva fare a meno del mare. noi si andava a trovare per l'ultimo dell'anno. case fredde in affitto per una settimana, grandi girate e lui e mio fratello che per la notte del trentuno organizzavano la pesca sul molo e la mattina un'immersione con mute e bombole. si era cresciuti tutti, e fidanzati anche, e qualcuno di noi considerava paolino un po' zingaro, un disadattato. puzzava ancora di pelle, anche perché aveva comperato una casetta sul porto dove continuava a fare portafogli e borse e cinture. viveva così paolino, mercati d'estate e pescatore d'inverno. quelli della flotta di mazzara del vallo lo conoscevano tutti. quando un peschereccio incagliava l'ancora chiamavano lui. muta, bombole, maschera e pinne, fino a che l'ancora non era libera paolino era giù. così viveva il mio amico. un anno ci presentò dominique. una ragazza francese, conosciuta d'estate. era bellina, magra, gentile e silenziosa. negli occhi però si vedeva che era francese. un tipo deciso dominique, ti guardava come guardavano diderot e robespierre, il generale de gaulle e quelli della legione straniera. paolino divenne più umano, più morbido, più accettabile anche per quanti di noi, un po' snob, lo consideravano troppo zingaro. vivevano all'elba e mio fratello ci andava spesso. mi raccontava di loro, della vita semplice ma libera, del mare che paolino amava più di tutto ma meno di dominique. io non andavo all'elba da un bel po', ma sapevo che stavano bene, del bambino che avevano avuto, delle estati passate all'elba e degli inverni passati in provenza nella casa materna di dominique. perché la gente si perde anche di vista, non puoi tener tutti vicini, succede che qualcuno lo perdi per strada. è normale. poi, l'anno scorso, una crisi di reni, l'operazione, il trapianto, e gli ospedali francesi, e il ritorno, e le difficoltà, e la polmonite, e gli ospedali italiani, e la crisi cardiaca e le complicazioni. sì, paolino la scimmia è morto il ventisei dicembre duemilanove, per delle maledettissime complicazioni. non l'aveva detto a nessuno, accidenti a lui, delle complicazioni del cazzo che alla fine se lo son portato via. e così, di paolino la scimmia mi resta un portachiavi della rolls royce che gli fregai da ragazzo e che uso da allora e una scacca da viaggio in pelle che mi feci fare tanti anni fa ma che non ho mai usato perché puzza ancora di cuoio. eravamo pochi al cimitero, i soliti amici di un tempo. era un freddo cane, e ci si stringeva tutti intorno al padre e alla madre di paolino, per riscaldarli e confortarli. e si diceva che era davvero un semplice, di quelli che se il mondo fosse come loro sarebbe facile starci. ma mi sentivo in colpa lo stesso. perché la gente si perde anche di vista, maledizione, non puoi tener tutti vicini, accidenti, succede che qualcuno lo perdi per strada, vaffanculo. e non è normale. non lo è, non c'é cosa importante che possa passare davanti ad un affetto, anche se remoto, lontano, perso nel tempo e nel mare. "vi rammentava sempre". me lo ha detto suo padre, al cimitero. eccola lì, l'amicizia di paolino. "vi rammentava sempre". non ha mai chiesto nulla in vita sua, si accontentava paolino, e al contempo ha ottenuto quel che voleva, che amava di più. il mare, la sua donna, un figlio. e così, l'altro giorno, mentre il complesso di musica irlandese faceva l'ultima canzone per la festa dei suoi cinquant'anni e io riprendevo con la telecamerina, mio fratello alza la mano al cielo e tra le lacrime dice: "questa la dedico a paolino". la canzone si chiama kimiad che in gaelico vuol dire addio. non ce l'ho fatta, vibravo dentro e fuori,mentre riprendevo dicevo tra me "sì, ecco, così si fa, bravo fratellino mio. a paolino la scimmia". ma eravamo in trenta a piangere paolino quella sera, ed è stato bello. ed eccovi la storia vera del mio amico paolino, soci di penna miei carissimi. ci sono mille aneddoti suoi che vorrei raccontarvi, ma è meglio se mi fermo qui, altrimenti mi viene ancora un po' da piangere. mi sento un po' in colpa con lui, l'ho perso di vista, ma mio fratello mi ha detto che suo figlio di sei anni è identico a lui, uguale spiccicato. ora vive in provenza, sul mare, con sua madre. spero che lo ami il mare, come suo padre. se il mondo fosse come loro sarebbe facile starci. statemi bene.

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postato da malaparata alle ore 15:51
sabato, 24 gennaio 2009

Non se ne viene a capo. Piove. Diciamo che non è una novità, tutto sta a farci l'abitudine. In questi casi basta pensare con grande intensità e trasporto a chi vive nelle zone del mondo infestate dai monsoni. Cosa vuoi che importi loro di una pioggerellina sottile sottile stile "a foggy day in London"? A loro magari nulla a noi che viviamo in una città come Roma un po' ci girano. Questo perchè siamo lì a vantarci del clima ideale che c'è (che c'era è forse più corretto) nella Capitale quando invece abbiamo iniziato da qualche tempo a svegliarci con la nebbia, a fare i conti con la pioggia insistente, a registrare sbalzi di temperatura stile deserto del Kalahari in piena escursione termica. E poi il traffico che t'inghiotte in un abbraccio niente affatto rassicurante e le casse di Panorama che diventano sempre meno e Carrefour che non sembra avere le idee molto chiare sui suoi punti vendita. Per fortuna c'è la musica. Ma solo quella. Perchè insieme alla musica ci vorrebbero anche dei luoghi dove ascoltarla. Ieri al Palalottomatica faceva tappa Francesco Guccini. Di solito quando passa da queste parti vado a vederlo. Dico la verità non sono un fan sfegatato ma mi piace quell'atmosfera che si crea nei suoi concerti che l'età ha trasformato quasi in happening dove la musica recita quasi una parte secondaria. E' un trucco del mestiere quello di parlare tanto e cantare meno ma in fin dei conti gli si può perdonare. Quello che invece non si può perdonare è l'acustica ai limiti dell'indecente che c'è nel Palalottomatica. Un'accozzaglia di suoni che finiscono col disturbarti e non ti fanno apprezzare come vorresti un concerto. Per fortuna che la memoria mi aiuta e quindi molti dei testi delle sue canzoni li conosco e me li sono cantati da solo ma questo mi fa un po' incazzare se penso che ho pagato 26 euro per cantarmi le canzoni di Guccini da solo. Poi sarò anche esigente, non discuto, ma l'acustica ha per me un'importanza fondamentale. A memoria ricordo un magnifico concerto di Ivano Fossati sul Porto di Palinuro (SA). Non so come spiegarlo ma il suono arrivava in una maniera sublime. Sarà stato l'effetto mare o non so che, quello che so è che non ho mai più sentito una pulizia del suono perfetta come quella volta. Una volta ci andarono vicini Elvis Costello all'Auditorium e Paolo Conte al Sistina  ma sempre un gradino sotto. Così mi accorgo che ai concerti cerco una dimensione quasi estatica, da manuale, come se avessi una cuffia in testa che trasmette solo a me determinate sensazioni. Ecco perchè nove volte su dieci vado ai concerti da solo, non mi piace condividere quella musica con altri, lo farei solo se ci fosse sintonia perfetta con chi decide di accompagnarmi. Il prossimo concerto sarà quello di Ivano Fossati, sono recidivo, l'ho già visto a novembre e lo rivedrò a Febbraio qui a Roma. Ero tentato di andarlo a vedere a Napoli ma è un po' troppo complicato. Alla ricerca del suono perfetto.

giadim
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categoria : musicaeparole, giadim, cartoline illustrate, spicchi di esistenza

postato da LaPo alle ore 20:20
venerdì, 23 gennaio 2009

ciao soci di penna, come stanno i miei nipotini? spero che crescano bene, e si divertano. già, il lavoro di quando si è piccini è divertirsi e crescere, nient'altro. imparare anche, è importante. da grandi si smette di crescere intanto, salvo ingrassare, come nel mio caso, anche divertirsi e imparare diventano occasionali. da vecchi poi, il divertimento diventa rado e le occasioni per imparare qualcosa sono molto difficili. ecco, qui volevo arrivare, soci miei cari. a me sabato scorso è capitato di divertirmi molto, a una festa da mio fratello, ma questa è roba privata, non è interessante. invece l'altro ieri ho fatto entrambe le cose, divertirsi e imparare, che a trovare l'occasione dove ti succedono entrambe è raro parecchio. giovedì sono andato a milano, apposta per vedere la triennale, o museo del design o come la volete chiamare, scegliete voi. non so dove sia perché uno scende alla stazione, un grosso posto fascista, entra in metropolitana e poi ne esce vicino alla triennale che è un altro grosso posto fascista. l'impressione è che a milano la democrazia sia sotto terra, e quando esci ti vengono brutti pensieri. ah, vero, c'é anche il parco sempione, dove decine, centinaia di esseri umani vanno a far fare i bisogni ad altrettanti cani. il tutto l'ho visto sotto un sole cocente che mi faceva sudare (ero al nord, avevo il parka, e che diamine!) ma costellato da mucchi di neve sporca, residuo della nevicata di una settimana prima, il che rendeva tutto molto surreale, con questi iceberg improbabili che spuntavano agli angoli delle strade o sui marciapiedi e dentro al parco. io guardavo questo candore ormai sporco ma abbagliante e tutti 'sti cani coi padroni che saltavano i primi e bestemmiavano i secondi e intanto mi veniva in mente la parola yukon, che se ci fossero state le slitte sarebbe stata perfetta per una corsa tra i ghiacci del nord. invece no, ero al nord, faceva un caldo boia e il parka era una piccola sauna ambulante dove grondavo abbondantemente. insomma, milano per me si è limitata al trasbordo sotterraneo molto lungo con camminata lungo il parco molto corta. ma parliamo della mostra. anzi no, voglio dirvi che quando vado in treno mi porto un libro, ma non quello che leggo, a meno che non sia piccolo. mi garba il libro in tasca, da viaggio, e bisogna sia tascabile. non guardo il paesaggio, specie la pianura padana, che trovo piatta e monotona, non dormo perché non mi riesce, allora leggo. il mini libro scelto stavolta è "pablo picasso" di geltrude stein. ottanta pagine nelle quali la donna parla dell'uomo, l'americana dello spagnolo, la letterata del pittore. ve lo consiglio, lo leggete in due ore e vi rivela un modo di vedere a dir poco fulminante. bene, eravamo rimasti sulla porta della triennale. stiamo entrando. il palazzo è fascista, come vi dicevo, donato da non so chi, un senatore o simili, alla città. che ci sia stato un tempo nel quale i politici regalavano robe alla collettività? no, ci deve essere uno sbaglio. comunque entriamo, io, la principessa, una nostra amica curatrice di collezioni d'arte, una sua amica milanese che lavora nella finanza e quindi con l'aria che tira non si è fatta pregare due volte nel raggingerci per un bagno di estetica di fine secolo. già, soci cari, ci pensavo mentre entravo, stiamo andando a vedere oggetti del secolo scorso. un museo appunto. ma per me è stato un museo particolare. l'esposizione, bellissima e articolata, era divisa in sette sezioni, chiamate "ossessioni". ci sono entrato come in un parco divertimenti, occhi aperti e sorriso (semiartificiale) stampato in faccia. e non ho più smesso. uno dei curatori della mostra (eravamo accompagnati come dei vips) ci ha descritto tutto con gentile solerzia, ma mi garbava starmene da me a guardare quella montagna di giocattoli che erano i mobili colorati, le poltrone gonfiabili, le radio e i televisori a forma di cubo, gli animali di legno, le prime sedie in plastica impilabili, i vasi di vetro e ceramica dalle forme bizzarre. è stato come entrare nella fiera dell'invenzione. tutte quelle invenzioni le conoscevo già, e conoscevo anche molti inventori (da piccino ho imparato a leggere su domus) ma vederle tutte insieme, raccolte ed esposte in maniera volutamente non didascalica o cronologica, ma anch'essa ludica, provocante, dissacrante anche, mi ha fatto bene. non voglio tediarvi con quel pezzo o quel designer, voglio solo dirvi che mi dispiace che il venticinque gennaio finisca. però l'ho vista, e ho rivisto molti dei pezzi che facevano parte del mio ambiente domestico, come gli animali di legno ad incastro, oppure certe lampade, o la poltrona gonfiabile che bucai con le chiavi di mio padre facendoo incazzare tantissimo. nello stesso palazzo ho visto anche la mostra di antonio burri, bellissima, con le sue combustioni e tutti quei quadri molto grandi e molto sexy e molto conturbanti. ma io ero andato per l'altra, e ho avuto soddisfazione. è stato come tornare piccino. un secolo fa appunto. uscendo mi sono ricordato di una frase di geltrude stein mentre racconta la vita di picasso. nell'ottocento l'arte seguiva delle regole, gli artisti delle correnti di pensiero estetico, nel novecento l'arte e gli artisti hanno tentato di infrangerle, di trovare strade nuove, territori vergini, e ci sono riusciti. lei stava descrivendo la parigi di picasso, tra il mille novecento dieci e il trenta. io avevo appena visto gli ultimi trent'anni di quel secolo lì. forse gli ultimi tentativi di infrangere delle regole, di trovare strade nuove, nuovi modi di giocare quel gioco che è la vita di tutti i giorni. gli ultimi pionieri dell'idea. sto ancora sorridendo. statemi bene.


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categoria : lapo, cartoline illustrate

postato da malaparata alle ore 12:18
venerdì, 23 gennaio 2009

...that is the question.
Non so se i miei soci siano creature anomale, considerando che uno si lascia incantare per un'intera stagione da un cappotto su un manichino per poi vederselo portar via e reagire spogliandosi e l'altro sceglie il parka su internet, si affida solo alla visione e al suo sesto senso, fa kilometri in macchina per raggiungerlo e se lo porta via senza volerne vedere altri.  Di primo acchito verrebbe da pensare che l'atteggiamento maschile verso l'oggetto da comperare sia una sorta di riproduzione dell'atteggiamento nei confronti dell'altro sesso. Alcuni uomini infatti sono innamorati da dieci anni di una donna che non hanno amato mai, altri prima di scegliere di amare una donna l'osservano lungamente a distanza, e poi si manifestano a colpo sicuro. L'uomo in generale non ama molto le peregrinazioni dello shopping, l'entrare e l'uscire da mille negozi, il provare e riprovare diversi abiti, così come generalmente non intendere conoscere tutte le donne prima di decidere con chi uscire...
Invece l'atteggiamento femminile e maschile nei confronti dello shopping probabilmente ricalca un diverso senso di inadeguatezza ed una necessità di apparire diversa, di cui necessitano uomini e donne. Nel libro di  Darian Leader "Perchè le donne scrivono lettere che non spediscono?" in cui si analizzano in modo spigliato e leggero certi tipici atteggiamenti femminili, si ipotizza che le donne siano all' eterna ricerca dell'abito perfetto, un abito con cui essere bellissime, ma anche comode, professionali, ma anche seducenti, alla moda, ma anche classiche. Insomma un abito che risponda a tutto quello che il mondo esterno, maschietti compresi, ci richiede di essere. Quindi se il nostro shopping è un giro lungo e talvolta estenuante per i negozi di tutta la città...beh, abbiate pazienza, perchè è anche merito vostro.

Bianca
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categoria : bianca, cartoline illustrate

postato da LaPo alle ore 16:05
sabato, 17 gennaio 2009

Mai i miei occhi hanno visto la luna cosi bella come stanotte
Avvolta nel silenzio e la musica notturna che ti toglie il respiro
I raggi lunari ricamano ombre con un sottile filo d'argento
Oh mai i miei occhi hanno visto il cielo stupendo come stanotte

La luna adornata in raggi di perla sembra una regina divina;
Le stelle come lucciole appiccicate in una ragnatela le brillano intorno
Il Mtkvari scorre un ruscello d'argento di brillante bellezza
Oh mai occhi hanno visto un cielo tanto bello come stanotte!

Qui nella pace e calma immortale i grandi e nobili dormono
sotto l'erba soffice colma di rugiada in tanti mucchi ammuffiti.
Qui venne Baratashvili con desideri pazzi portato alla follia
Oppresso da perplessi pensieri e fuochi infuriati di passione.

Oh, potessi io come un cigno versar l'anima mia nella melodia
che scioglie il mortal focolare che respira immortale
Lascia che la mia canzone voli al di là di questo mondo su alte regioni
dove sulle ali della poesia glorificherà il cielo.

Se la morte avvicinandosi rende più dolce la fragranza della rosa,
adatta l'animo alla melodia che rende la tristezza più cara.
E se la canzone del cigno diventa parte del paradiso,
se in quella canzone lei sente che la morte sarà un estasi, allora,
lasciami come lei cantare un ultima canzone, e nella morte trovar delizia.
Cosi calma, bella, da togliere il fiato, mai vista la notte così.
Oh possenti morti, lasciatemi morire qui vicino a voi mentre canto.
Sono un poeta, e all'eternità lancio la mia canzone.
E lascia che sia il fuoco che riscalda e illumina il volo dello spirito.
Oh, mai occhi hanno visto un cielo tanto bello come stasera.

Dall'album "Rites" di Jan Garbarek 
The Moon over Mtatsminda
da un testo di Galaktion Tabidze
composta e diretta da Jansug Kakhidze

direttore dell’Orchestra Sinfonica di Tiblisi

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categoria : musicaeparole, lapo

postato da LaPo alle ore 20:57
venerdì, 16 gennaio 2009

ecco, sì, ora. devo ricordarmi adesso, dove sono, cosa sono, il momento. capoliveri, casa mia, mi sto facendo le uova. fuori è già buio, il mare laggiù in basso riflette un po' di luna, al largo le luci di una nave. navi, ci ho passato un bel po'. lo chiamavano lavoro. per me non lo era. so dire lavoro in una infinità di lingue, ma non so cosa sia. girare il mondo facendo il cuoco sui cargo non è lavoro, è tempo. tempo regalato al viaggio, al mare, ai giorni di bonaccia e alle tempeste. quando fa mare non puoi fare la zuppa di verdure, le scodelle non la tengono, e neanche gli stomaci. l'onda grande vuole patate, pasta, roba grossa, che sta addosso. ma non è lavoro. non potevo fare il maestro, come mio padre e mia madre. un maestro insegna, io volevo imparare. il mare insegna più del maestro. il mare non è confine, ma ponte. adesso, mentre sbatto le uova, davanti a me non c'é solo la nave che vedo. c'é hokkaido, dove l'inverno entra dentro le case di legno e carta e congela l'acqua nelle ciotole. c'é new haven con le casette piene di fiori, le donne gentili e i mariti figli di puttana. c'é manila coi suoi casini pieni di ubriachi. il mare è solo un porto a cui arrivare, e nel frattempo cucini. questo ho fatto io negli ultimi vent'anni. ho imparato, ma non dal mare. ho imparato a dire grazie anche, in molte lingue. le donne sorridono tutte uguali, quando dici grazie. poi basta. ho detto ferma le macchine, scendo, adesso torno. ma tornare non è il contrario di partire. è differente. troppa terra intorno, la gente che ricordavo si è parsa, persa nella vita che si distende intorno alle storie. già, anche io son cresciuto, non sono il ragazzo col sacco che salì la scaletta di quella nave a piombino. allora tanto vale stare a metà. a metà tra mare e terra, non troppo distante dalle tombe che mi ricordano chi ero, vicino al mare che intanto è diventato casa mia. ma non ho fatto in tempo a far famiglia. ci vogliono i piedi fermi. i miei ballavano i ponti delle navi nei caraibi, oppure in indocina. quando sono tornato non ero più bravo a star fermo davanti a una donna. troppo mare e poca terra sotto i piedi. ero pronto fuori, e forte, e capace, ma dentro no, avevo perso il piede stabile, piantato, sicuro. le donne lo vedono, non conta se hai smesso, puzzi di mare lo stesso. storie sì, che gli piace sognare, e sentire il salmastro nei racconti, ma poi tornano a casa e cercano marito altrove. è che un paio di bambini, anche tre, a mezza età così, ci stavano bene. a che serve girare il mondo a imparare se poi non insegni a nessuno? allora sto qui e guardo il mare dall'alto, e la vita dall'alto, e quando cala il sole mi cucino qualcosa e cerco di ricordre come si dice uova in giapponese, oppure come chiamano il pollo in guinea bissau. metto il sale, un pizzico. mangio davanti alla vetrata e guardo il mare. la nave si allontana nel buio. io no, ho deciso. resto. ormai ho gettato l'ancora nei ricordi e son rimasto incagliato.

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categoria : lapo, il raccontino del venerdì

postato da LaPo alle ore 15:10
lunedì, 12 gennaio 2009

acquisti, necessità, priorità, metodi. il socio di penna maschio che preferisco (il caro giadim, l'altra è bianca ma è femmina) mi fa pensare. a parte il fatto che dicono che i saldi sono andati bene. ci credo, la tivù nei telegiornali è un mese che non parla di altro. un lungo insopportabile spot pubblicitario sui saldi, come fare, cosa comprare eccetera. nessuno mi toglie dalla testa che è una manovra anticrisi indicata dal governo, che ha detto ai nostri giornalisti di parlare dei saldi anche nell'oroscopo, nello sport, durante le rubriche di cucina e nelle previsioni del tempo. e, come ormai è acclarato, le redazioni tutte si sono inchinate alla velina governativa. già, un tempo le "veline" erano le indicazioni che il mussoliniano "minculpop" (ministero della cultura popolare) distribuiva ai giornalisti, e contenevano le indicazioni per una informazione corretta e allineata. oggi per fortuna di noi uomini le veline in tivù sono ben altro, ma secondo me il primo modello circola ancora. ma ritorniamo all'argomento. il famigerato cappotto. non mi piace comprarmi i vestiti. pantaloni, camicie, maglie eccetera, da anni vado nel solito magazzino, un posto molto popolare dove si trova roba normale a costi ragionevoli. mi do un tempo massimo di permanenza, cinque minuti. quando una cosa mi piace ne compro due, così faccio prima. così esco con due pantaloni, quattro camicie e un paio di maglie. slip, t-shirt e calzini li compra la principessa, tanto sa cosa voglio. e questo è il mio guardaroba, roba normale, classica, tempo massimo dedicato per l'intera operazione mezz'ora l'anno. il cappotto è occasionale. l'ultimo che comprai era un piumino nero, lungo. era molto caldo, mi garbava, mi sentivo protetto. ne avevo bisogno, mi ero appena separato. credo fosse l'inverno del novantanove. nove anni fa. ho anche un bel cappotto blu, comperato chi sa quando, e ce l'ho ancora, quasi nuovo. troppo elegante, mi sembra di fare il commendatore, lo metto solo nelle serate speciali. la principessa mi martirizza sempre, lei dice che vado in giro vestito male. confesso che mi piace mettere sempre le stesse cose, che mi affeziono ai vecchi maglioni, ai pantaloni di velluto un po' sformati, alle giacche a vento di venti anni fa. insomma, spinto dalla consorte, dopo nove anni, decido di comperarmi un cappotto. però lo voglio caldo, caldissimo, una roba polare. cerco su internet, mi impressiona una parola. parka. guardo delle foto, sembra l'eskimo di quando andavo a scuola, ma è pieno di piume e ha un pellicciotto bello caldo nel cappuccio. a vederlo sul computer comincio quasi a sudare. bene, mi sembra adatto a mandare in pensione il vecchio piumino. guardo il costo, una cifra da pelliccia di visone. vabbe', se lo spalmi sugli anni di vita di un mio cappotto (ho ancora un harry's tweed di mio padre da lui acquistato a new york negli anni cinquanta) vengono pochi euro all'anno. vediamo dove lo vendono. cazzo, sesto fiorentino, molto lontano per me. decido di andarci all'ora di pranzo. la principessa ha dei dubbi, non le piace. o meglio, non si fida di me, e in fondo ha ragione. l'altro mese son tornato a casa con una cerata nautica di quelle tipo giovanni soldini quando fa il giro del mondo in solitaria. giacca a vento e salopette belli gommati e imbottiti, di un colore rosso acceso che neanche i pescatori di salmone norvegesi avrebbero il coraggio di mettersi. insomma, uno scafandro fosforescente. lo ammetto, mi son fatto prendere un po' la mano. ma insomma, non si sa mai, certe cose è meglio avercele dico io. intanto la principessa sorride di quello sguardo malfidato che certe donne hanno quando guardano certi uomini, i loro tanto per intenderci. capisco l'antifona e decido di portare anche lei. si parte alle una per sesto fiorentino. venti minuti dopo siamo davanti a questo megastore dello sport. entriamo, chiedo al primo commesso alla cassa del benedetto parka, lui mi indica un reparto e ci vado. ne prendo uno e lo provo. la prova lo conferma, è caldissimo. la principessa mi raggiunge, mi guarda. ma non guardi un po' in giro? no, non guardo niente. tieni, provati questo tipo navy, mi sembra più elegante. per farla contenta lo provo. non è caldo come il parka. ho già perso troppo tempo. ripiglio in mano il motivo del viaggio a sesto fiorentino e vado alla cassa. pago lo sproposito ed esco. la principessa mi segue ridendo. siamo in auto che torniamo, sono le una e mezza. perché sorridi? perché sei matto, e penso a mia sorella che quando mi vedrà rientrare non crederà che in un'oretta siamo andati e tornati comprando il parka. io non capisco, glielo chiedo. la risposta è tutta femminile. ma come si fa a entrare in un megastore con migliaia di articoli e starci sì e no cinque minuti? ecco, lì ho capito la differenza tra acquisto (maschile) e shopping (femminile). il primo è un bene di prima necessità, scevro da orpelli comportamentali aggiuntivi, deciso prima ed effettuato nel minimo tempo necessario. il secondo è una roba complicatissima, inizialmente mentale, che poi si trasforma in ricerca curiosa ma senza un fine preciso, e solo dopo ore e ore di girovago pellegrinaggio, sbirciatine, palpeggiamenti e varie prove di vestibilità e portamento che potremmo definire "petting consumeristico" si trasforma in acquisto vero e proprio. facendo un paragone sessuale, il comportamento di uomini e donne si differenzia in negozio come a letto. sognatrici poliedriche e preamboliche le prime, rapidi monotoni e pragmatici i secondi. certo che anche come aquirente maschio non faccio testo, anzi, faccio proprio schifo. se penso alla cerata oceanica mi viene da pensare. meglio non farlo, altrimenti la indosso e vado a livorno sul molo del porto a fare auto stop alle barche a vela che passano. ma state tranquilli soci, nessuno si fermerà. al massimo penseranno ad una boa tirata in secca.

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categoria : lapo, spicchi di esistenza

postato da malaparata alle ore 01:57
domenica, 11 gennaio 2009

Solo un paio di settimane fa guardavi quel negozio di abbigliamento e tutto quello che c'era dentro compreso il proprietario con un'aria tra l'indifferente  e il miserabile e anche se non lo davi a vedere sbavavi per quel cappotto che costava quanto quattro gomme della tua Ford. Un rapido calcolo e finivi per scegliere le gomme, troppo lisce quelle che avevi, buone per pattinare non certo per andartene in giro mentre fuori diluvia. Ora passi nuovamente davanti alla stessa vetrina, hai messo le tue quattro gomme nuove che ci potresti fare la Parigi Dakar o attraversare le paludi dell'Amazzonia, in vetrina c'è ancora quel cappotto nero e il proprietario che prima era sconsolato ora sorride e si fa in quattro per servire i clienti. Tranne me. Io non entro e non so nemmeno io perchè, mi piace guardare dalla vetrina quel mondo interno, ovattato, dove si respirano ancora scampoli di felicità da vigilia di Natale con tanto di capitone che nuon vuole saperne di crepare mentre tutti aspettano la mezzanotte  come Cenerentola o un vampiro. Guardo quel negozio come fossi davanti a un televisore con il terrore che da un momento all'altro possa passare lo spot pubblicitario dell'Amaro Montenegro per interrompere quel momento magico. Poi all'improvviso il proprietario viene verso di me, ormai è a un metro ma si ferma davanti al cappotto che sta in vetrina e lo toglie dal manichino. Un signore, dentro il negozio, fa cenno di sì con la testa come a voler dire "è proprio quello". Il mio cappotto sta prendendo un'altra strada, anzi, un'altra spalla. Ma io non ho freddo. Fottetevi proprietario e acquirente del mio cappotto. Tu signore distinto, lo starai pure comprando, non discuto, ma siccome quel cappotto era mio tu stai comprando un cappotto usato, ricordalo! E tu proprietario dei miei coglioni se davvero eri un bravo negoziante, uno col il fiuto del commercio,  l'avresti venduto a Ottobre quel cappotto anzichè a gennaio guadagnandoci molto di più invece che svenderlo quasi a prezzo di costo. E poi ha fatto così tanta neve che il tempo può solo migliorare e allora caro distinto signore quel cappotto lo metterai due volte e basta e sarai costretto a usarlo l'anno prossimo quando orami sarà andato completamente fuori moda così che la gente ti riderà dietro. Resto ancora qualche attimo immobile facendo finta di guardare la vetrina. Mi convinco che fuori fa davvero caldo e mi tolgo la giacca a vento che ho. Poi mi sventolo con una mano come a voler significare che sto crepando dal caldo. Dalla vetrina mi guardano come se fossi un alieno. Io per tutta risposta entro nella gelateria di fianco e mi faccio una coppa variegato alla nutella, crema del nonno e cioccolato fondente. E ci metto pure la panna.

giadim
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categoria : giadim, spicchi di esistenza


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